Endemismi vegetali sulle Alpi occidentali
di Massimo Bruatto
No, non è il Ruwenzori, né tantomeno l'Annapurna, bensì Rocca La Meja, una splendida lama di roccia calcarea alta poco più di 2800 m slm che si trova tra la Valle Maira e la Valle Grana, in provincia di Cuneo. Per inciso la parola "meja" si trova, variamente trasformata, nei dialetti delle Alpi Occidentali e poi in là attraverso la Provenza fino alla Galizia ad indicare la strega (siam tutti figli dei Celti...)
Siamo prossimi al confine tra le Alpi Cozie e le Alpi Marittime, e qui inizia una delle zone italiane più ricche d'endemismi. Per la loro posizione più meridionale le Marittime rimasero in gran parte fuori dalle glaciazioni, fungendo così da zone di rifugio per i vegetali. In più, nei periodi interglaciali dal vicino Mediterraneo diverse specie risalirono verso Nord, trovando habitat adatti dove proliferare e differenziarsi.
Il paesaggio dell'alta Val Maira reca i segni di tutto ciò: al disopra dei 2000 m si aprono immensi valloni con la tipica forma a U data dall'erosione glaciale, ma questi ghiacciai non scesero più di tanto, sicchè la parte più bassa è segnata da profonde valli fluviali dai versanti ripidissimi, nonchè da forre e orridi scavati dall'acqua nel calcare tipico di queste parti. La fine di agosto non è il momento migliore per andare in montagna a cercar fioriture, ma le piante ci sono sempre, fiorite o no e qualcosa d'interessante....basta cercarlo e lo si trova!
| Polystichum lonchitis | Carlina acaulis |
Incastonata al piede di un muretto, una felce, Polystichum lonchitis, che nasconde radici e gemme bene in profondità, protette dalle pietre. Poco oltre, una tipica pianta alpina, Carlina acaulis. L'epiteto specifico acaulis si trova spesso a definire le specie alpine che per meglio resistere alle asprezze ambientali hanno spesso un portamento compatto, le foglie raccolte in una rosetta basale a proteggere la gemma ed i fiori portati su steli brevissimi, appunto acauli.
Siamo a circa 2000 m, dove la vegetazione caratteristica è la prateria alpina. La brevità della stagione favorevole ed il peso del manto nevoso impediscono lo sviluppo di alberi ed arbusti e quindi la flora è composta principalmente di erbacee perenni. Veronica allionii, endemica delle Alpi sudoccidentali è dedicata a Carlo Allioni, praticamente il papà di tutti i botanici cisalpini, amico e corrispondente di Linneo, nonchè autore della settecentesca Flora Pedemontana.
| Veronica allionii | Dianthus neglectus | Adenostyles alliariae |
Dianthus neglectus, minuscolo garofano alpino, nonchè unico fiorito data la stagione, scampato per miracolo alle zampacce di Pedro, il cagnone della comitiva. È un tipico esempio di come le piante si adattino a questi ambienti. Portamento molto compatto, con le foglie riunite in un cuscinetto (pulvino), per meglio difendersi dalla disidratazione causata dal vento e dal sole. Viceversa le corolle sono grosse e molto vistosamente colorate per meglio attirare i pochi pronubi presenti.
Nei punti più riparati dove si è accumulata negli anni un po' di sostanza organica e c'è magari un minimo stillicidio d'acqua si possono trovare specie di maggiori dimensioni, che approfittano di queste nicchie per prosperare. Ad esempio, per gli amanti del lilla, Adenostyles alliariae (o A. glabra, bah?).
| Helianthemum oelandicum | Daphe mezereum |
Ma, a parte queste poche nicchie, il suolo da queste parti è piuttosto povero di sostanza organica, molto ghiaioso e drenante. Le ridotte dimensioni delle piante alpine sono quindi dovute anche alle ristrettezze "alimentari", oltre che alle difficoltà climatiche. Qua e là nei prati si incontrano ancora alcune piccole specie suffruticose ed arbustive quali (per chi preferisce il giallo Helianthemum oelandicum) oppure Daphe mezereum, con le sue splendide, velenosissime, bacche rosse.
| Stachys pradica | Scutellaria alpina |
Le vecchie frane, oramai ferme, seguono le linee di massima pendenza, lungo le quali si incanala l'acqua. Tra i vari massi si vengono a creare delle tasche che via via si riempiono di detriti generando dei substrati particolarmente ricchi ed umidi. Qui incontriamo specie decisamente più vistose, quali Delphinium elatum e Doronicum grandiflorum.
Un salice, di specie ignota (sorry, ma la sistematica del genere Salix è ostica per il sottoscritto) ci mostra uno splendido intreccio di tronchi. Magistralmente lavorato dal vento e dalla neve, di fatto un bonsai naturale!
| Delphinium elatum | Doronicum grandiflorum | Salice |
Salendo ed infilandosi nelle ghiaie e nelle roccette si inizia a vedere qualcosa di più interessante, Primula marginata, endemica da queste parti. Il pendio diventa sempre più ripido, la quantità di terra diminuisce, le piante per vivere devono aggrapparsi alle rupi, inserendo le radici nelle fessure. In questo modo contribuiscono alla disgregazione delle rocce, che poco alla volta rotolano verso valle.
Gli accumuli di ghiaie che così si generano (macereti) sono estremamente mobili, instabili e le piante devono avere degli apparati radicali adeguati per non essere trascinate a valle dalle continue frane. E così c'è chi opta per un bulbo piantato bene in profondità come l' Allium narcissiflorum, oramai quasi sfiorito, endemico, oppure per radici espanse e molto diffuse in tutte le direzioni, come la Valeriana montana, che si intravede in secondo piano. Grazie a questa sua caratteristica la valeriana è una pianta pioniera, che colonizza per prima le ghiaie, stabilizzandole e preparando il terreno a specie più esigenti.
Il punto d'arrivo dell'escursione è il Colle di Bernoir, ca. 2500 m, una stretta incisione lungo un'affilata cresta calcarea. I prati li abbiamo abbandonati molto più in basso, a queste quote il paesaggio è oramai dominato dalla pietra.
Ma la vita vegetale continua ad esserci, eccome! Anzi, sono proprio queste le quote e gli ambienti dove si incontrano le specie più belle, più particolari e, ahimè, più difficili da coltivare. Un esempio è la Campanula alpestris, un altro endemismo, purtroppo sfiorito, ma le corolle sono grosse come un pollice, di colore azzurro cielo, vi lascio immaginare....
| Allium narcissiflorum | Campanula alpestris |
Papaver rhaeticum, tipico abitante delle ghiaie calcaree mobili (ognuno ha i suoi gusti!) con splendidi fiori giallo oro, diffuso da queste parti e poi nelle Alpi orientali (non chiedetemi come abbia fatto il viaggio, probabilmente un altro scherzo delle glaciazioni). La peluria che adorna le foglie, rendendole sericee, è un altro trucco escogitato per sopravvivere in condizioni difficili: il colore bianco riflette parte della luce solare, a queste quote troppo ricca di radiazioni UV, mentre la copertura "lanosa" protegge dal vento, diminuendo la traspirazione e quindi il rischio di disseccamento. Del resto lo sanno tutti coloro che frequentano la montagna che è meglio munirsi di occhiali scuri, creme protettive e maglioni di lana....
| Saxifraga caesia | Papaver rhaeticum | Draba aizoides |
Frugando tra le rocce si trovano tantissime piantine interessanti. Ad esempio questa Draba aizoides di dimensioni fuori del comune! L'intero cuscino è lungo "ben" una quindicina di centimetri, il che può sembrare ridicolo, se pensiamo all'immensità degli alberi o al lussureggiare di certe vegetazioni tropicali.
Ma a queste quote e per questa specie certe dimensioni rappresentano effettivamente un record che indica come questo esemplare si sia trovato in una posizione particolarmente favorevole, che gli ha permesso di prosperare per lunghi anni. Osservandolo bene, possiamo notare come sia adagiato nelle fessure delle rocce, fessure che evidentemente sono molto profonde e contengono sufficiente terriccio ed umidità, tant'è che si è potuta sviluppare anche una graminacea, assai più esigente dal punto di vista nutrizionale.
Inoltre, le rocce assorbono il calore del sole durante il giorno, cedendolo poi nelle ore notturne e contribuendo così a proteggere la pianta dalle intemperanze climatiche. Insomma, a dispetto delle dimensioni, ci troviamo di fronte ad un vero "patriarca" da osservare con lo stesso ammirato rispetto che abbiamo di fronte ad una vecchia quercia!
| Saxifraga paniculata | Saxifraga aizoides |
Ed ancora sassifraga, questa volta S. aizoides, più amante dei luoghi umidi, che infatti è andata ad infilarsi ben al disotto di una pietra. Il genere Saxifraga annovera al suo interno circa 400 specie, distribuite in tutto l'emisfero boreale, di cui una sessantina sono italiane; è quindi estremamente facile incontrarle. Il nome sassifraga deriva dal latino "che rompe i sassi" ma in realtà non ha nulla a che vedere on l'habitat prettamente rupicolo di molte di queste specie. Il termine fu coniato dal medico greco Dioscoride che era assolutamente convinto che S. granulata, specie peraltro tipica dei boschi, potesse essere utilizzata nella cura dei calcoli renali, che fosse cioè capace di "rompere i sassi"!
| Artemisia mutellina (foto © Thomas Mathis) | Campanula cochlearifolia | Dryas octopetala |
Sopra vediamo Artemisia mutellina o A. genipi, ricca di principi aromatici e profumatissima, utilizzata per produrre il famoso liquore, Campanula cochlearifolia, e Dryas octopetala, un arbusto a spalliera, ovvero una pianta dotata di fusti legnosi che crescono appressati al terreno o sulle rocce. Un modo come un altro per tenersi caldi, tant'è che la nostra ha una distribuzione artico-alpina (insomma ce l'hanno portata giù le glaciazioni)
Infine, vediamo sotto la regina della flora di queste zone, nonchè lo scopo dell'escursione: da sinistra a destra, le foglie, i semi, ed infine un esemplare in toto, al termine della fioritura: Berardia subacaulis. Una vera rarità botanica essendo il gen. Berardia un genere monospecifico endemico delle Alpi Cozie e Marittime, maggiormente diffuso sul versante francese. È uno dei tre generi assolutamente endemici delle Alpi, di origine assai discussa e controversa, che rappresenta la testimonianza di una lunghissima evoluzione avvenuta in condizioni di completo isolamento.
Ciò ha fatto sì che questa pianta sia praticamente un riassunto di tutti gli adattamenti necessari a campare in questi luoghi: portamento compatto con foglie riunite in una rosetta basale, apice vegetativo ben nascosto e protetto dalle foglie vecchie e dalle pietre (da qui l'epiteto specifico subacaulis), foglie ricoperte da una fitta lanugine biancastra (tomento), radice lungamente fittonante per ancorarsi e per andare a ricercare la poca acqua disponibile... Grazie a questa serie di piccoli trucchi la B. subacaulis riesce a colonizzare ripidi pendi di sfasciumi calcarei mobili tra 2000 e 2500 m esposti a Sud: mica facile vivere in quei posti!
Riferimenti
- www.floramarittime.it
- www.naturaoccitana.it - per saperne di più sulla Val Maira.