Autunno a Boboli

testo e foto di Thevivons

Ringrazio la Dott.ssa Silvia Schiff e il Prof. Paolo Grossoni dell’Università di Firenze per avermi gentilmente fornito testi e citazioni.
Per la ricostruzione storica mi sono basata su C. Caneva, “Il giardino di Boboli”, Becocci Ed., Firenze 1982.
Le citazioni di Henry James le ho tradotte io; il testo originale di “Italian Hours” di Henry James si può consultare su www.gutenberg.org
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Una storia lunga, ma lunga davvero

Il Viottolone

Boboli, Boboli il giardino, Boboli il museo all’aperto, Boboli l’oasi imprevista chiusa dentro la città, dal nome di origine oscura, nasce con la costruzione della prima parte di Palazzo Pitti all’inizio del Quattrocento; ma finché non viene acquisito dai Medici (ormai Granduchi) a metà del Cinquecento, non è altro che un semplice parco privato. Con l’acquisto da parte della famiglia granducale inizia la sua sistemazione vera e propria, che comprenderà non solo il terreno originale, ma altri poderi confinanti, estendendosi fino a quel tratto delle mura cittadine che ne costituiva – e ne costituisce tuttora – il confine obbligato.
Così, dalla prima sistemazione effettuata dal Tribolo, qui ricordata dal Vasari:

“…(fece)…tutto lo spartimento del monte in quel modo che egli sta, accomodando tutte le cose con bel giudizio de’ luoghi loro…”
(G.Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, 1568)

Si succedono gli architetti (Ammannati, Buontalenti…), vengono impiantate vigne, piante rare da collezione, frutteti, si costruiscono strutture per la caccia, vivai, “grotte” artificiali accuratamente scolpite e decorate, edifici, fontane e impianti idrici.
Grande è la varietà delle piante usate, sicuramente prevalgono le specie sempreverdi che daranno a Boboli, anche nei secoli successivi, il suo aspetto quasi immutabile al volgere delle stagioni:

“……piante che tengono le fronde sempre, verno e state, come son queste, cioè cipressi, lauri regi o lauri di Trebisonda, pini, sughere corbezzoli, ginepri (…), agrifogli (…), et altre piante, come la palma, il cefaglione e tutti gl’agrumi…”
(Agostino Del Riccio, Del giardino di un re, 1565)
“…nel quale terreno verdeggiano tuttavia arbori domestici, e selvatici, durano in ogni tempo freschi boschetti accomodati da mano artifiziosa…”
(F. Bocchi, Le bellezze della città di Firenze, 1591)

 

Boboli nasce ed è già pubblico: non come spazio aperto a tutti (scrive Cosimo I all’Ammannati nel 1563: “(nel giardino)…non si lassi entrare canaglia, ma solamente gentiluomo, altrimenti ci dorremo di voi”) ma come “palazzo verde” della famiglia più importante di Firenze, che governa ormai stabilmente la Toscana. Simbolo di potere in quanto ornamento della reggia granducale, luogo di svago per i signori della città, architettura accuratamente progettata e abbellita e insieme orto e frutteto, riserva di caccia, vivaio, segue le vicende di Palazzo Pitti.
Nel Seicento il grande sfarzo della corte medicea si riflette nella costruzione del teatro all’aperto e del Viottolone, la grande strada che taglia a metà il giardino per buona parte della sua lunghezza, discendendo in ripido e scenografico pendio fino a una vasca artificiale con al centro un’isola impreziosita da una fontana e da gruppi scultorei (il cosidetto Isolotto).

Intorno al Viottolone vengono realizzati giardini più o meno simmetrici e strutture vegetali geometriche, fra cui un labirinto. Bossi, cipressi, allori piantati in grande quantità formano nuovi spazi, alcove, volte, passaggi. Viene perfino costruito un serraglio che accoglierà animali esotici, vivi e imbalsamati.
Nel Settecento la nuova corte dei Lorena riprende la cura e la sistemazione architettonica di Boboli secondo i nuovi canoni; non più il manierismo un po’ pesante dei secoli precedenti, ma una maggiore leggerezza e modernità, come nel padiglione detto Kaffeehaus.

Il serraglio (simbolo del gusto per l’esotico e il meraviglioso tipico del secolo precedente) viene trasformato in una limonaia (tepidario invernale per agrumi e altre piante delicate) e si intraprendono colture sperimentali come quella dell’ananas, destinata a rifornire le ricche mense granducali.

La Kaffehaus

E per la prima volta Boboli viene aperto al pubblico, che vi poteva anche giocare a palla e ruzzola (quest’ultimo passatempo si svolgeva sul pendio del Viottolone, facendo rotolare…forme di pecorino).
Con la dominazione francese di inizio Ottocento il nuovo gusto inglese e romantico si traduce, un po’ malamente, in un inselvatichimento di alcune parti del giardino, in cui le piante vengono lasciate crescere liberamente:

“Ma lasciati gli alberi crescere a lor beneplacito, si vide il salvatico divenuto in più luoghi un bosco sì folto, che appena le fiere lo avrebbero penetrato…”
(F. Inghirami, Descrizione dell’Imperiale e Reale Palazzo Pitti di Firenze, 1819)

Successivamente, con la restaurazione del granducato, si cerca di recuperare l’antico carattere geometrico. Gli interventi ottocenteschi sono comunque più di appiattimento che di miglioramento, come a simboleggiare la fine dell’epoca dell’arte sfarzosa e cortigiana e l’avvento di una modernità più pratica ed economa, ma anche più materialista e disadorna.
Nel Novecento – il secolo del recupero e della conservazione – non vi saranno più interventi che non siano di restauro o manutenzione, ma Boboli, ormai “pubblico” nel vero senso della parola, scomparsi i Granduchi, scomparsi i re, vive una lunga stagione come teatro all’aperto, luogo unico e particolare per l’allestimento di spettacoli importanti come quelli del Maggio Musicale.


Gli abitanti di Boboli: le statue

Tirannicida

Soprattutto nel periodo che va dal Cinquecento al Settecento – ma anche in anni recenti – Boboli viene popolato di sculture. Nelle nicchie delle siepi, sulle fontane, presso le scalinate, nelle grotte artificiali, nelle radure, le statue romane e greche di gusto classico, provenienti dalla ricca collezione medicea, si mescolano a copie più tarde e a figure eseguite apposta per il giardino; personaggi mitologici e simbolici, divinità, filosofi antichi si alternano a contadini, ad artigiani, a nani di corte.
Centro di questo pullulare di personaggi è ancora una volta il Viottolone, i cui dintorni sono animati non solo da figure umane e divinità agresti, ma anche da animali selvatici e cani che richiamano l’aristocratico passatempo della caccia.

Questa è la curiosa fauna che abita Boboli, nata e cresciuta nei secoli, che nella sua estrema varietà e nella sua grazia un po’ consunta (molte sculture sono ormai scomparse o sono state sostituite da copie) simboleggia la struttura complessa e a tratti incoerente del giardino, rappresentando il mutare di gusto e filosofia dei suoi proprietari.
Così Ganimede viene rapito dall’aquila, Perseo cerca Andromeda, le Muse siedono serenamente presso le siepi, putti sorridenti nuotano nelle fontane, tirannicidi greci brandiscono le spade, ragazzi del popolo giocano fra loro, busti di dèi e imperatori un po’ sdegnosi meditano appoggiati sui pilastri, i cani ansimano, i leoni ci squadrano con alterigia, i capricorni montano la guardia all’Isolotto, i contadini trasportano frutta, vendemmiano o suonano la cornamusa. Strane pietre bianche, simili a uova appiattite, compaiono in maniera inaspettata. Una donna lava la testa a un bambino. Vulcano si perde a guardare l’orizzonte, col martello in mano.
Tutto nel più assoluto silenzio.

Scrive Henry James nei primi anni del Novecento:

“Resta comunque vero che questo luogo non contiene, grazie a Dio – o meglio grazie al severo e infinitamente raffinato gusto tradizionale fiorentino – nessun oggetto gaio o insignificante: nè parterres, né pagode, né pavoni, né cigni. Qui c’è il famoso anfiteatro (…), con i suoi gradoni o panchine di pietra dal colorito macchiato ed estremamente antico e con lo sfondo del suo muro circolare di sempreverdi, nel quale vasi e piccole immagini crepate possono suggerire – a seconda delle associazioni che facciamo, che per loro natura rendono gli oggetti indefinibili – squisita dignità in un’occasione o niente del tutto (se vogliamo essere gentili) in un’altra.
Qualcosa è accaduto un tempo in questo cerchio incantato e abbandonato – è accaduto o doveva accadere; cos’era, o statue mute che vi avete assistito coi vostri occhi inespressivi?” (Henry James, Italian Hours, 1909)

 
Nuovo e antico Vulcano


Boboli era, Boboli è

Anfiteatro

La Storia passa, è passata, qui come ovunque, e come sempre non ha lasciato un ordinato succedersi di avvenimenti chiaramente leggibili, ma un guazzabuglio un po’ caotico che qui, proprio perché è disordinata mescolanza di tante diverse concezioni del bello sovrapposte fra loro, insieme di tracce confuse ma anche misteriose e affascinanti, emana quell’”odore di antichità” che ha sempre affascinato chi, straniero, si trova a percepirlo. Scrive ancora Henry James:

“…Ma ciò che rimane oggi di tutto questo è una semplice tonalità nell’aria, un debole sospiro nella brezza, una vaga espressione negli oggetti…Sia molto o sia poca cosa, l’ineffabilità di questa profonda traccia dell’esperienza forma l’interesse dei luoghi antichi e la ricompensa per le meditazioni dello studioso . Il tempo ha divorato gli agenti e le loro azioni, ma tutt’intorno resta ancora qualche effetto del loro passaggio. Possiamo “impostare” parchi su un terreno vergine, e riempirli con le più costose piante d’importazione, ma purtroppo non possiamo spargere nuovamente questo seme dell’anima umana e contingente di un luogo – che nasce solo a suo tempo e ci mette troppo tempo a crescere. Quando quest’anima è trascorsa, nulla le si può paragonare.”

Il passaggio dei secoli molto ha fatto per usurare e confondere, ma ha dato a questo spazio unico gran parte della sua magia, che risiede in fondo nella sua incredibile mescolanza di natura e ingegnosità, di progettazione e casualità, di abilità e di errore, che hanno portato, non si sa bene perché, a una grande armonia – qui, come altrove in Toscana.

Per lungo tempo Boboli ha vissuto una vita mista di museo all’aperto visitato da migliaia di turisti e di spazio verde accessibile a tutti, utile soprattutto a chi abitava nel centro di Firenze. Già: perché questo spazio incredibile, così vario, così ricco, è chiuso fra il centro e le antiche mura, circondato dalla città da ogni parte:

“Il giardino di Boboli non è grande – ma ci si chiede come la piccola, compatta Firenze possa trovargli posto entro le sue mura.” (Henry James)

Io così lo vivevo, quand’ero piccola: un luogo magico, ricco di anfratti, di boschi, di personaggi strani e misteriosi che era per me – bimba cittadina – l’unica vera rappresentazione delle foreste magiche delle fiabe e dei racconti, inquietante e rassicurante allo stesso tempo.


   

Così l’ho vissuto per tanti anni, con quella familiarità portata dall’abitudine che non tiene forse molto conto dell’arte, della storia, dell’ingegnosità umana, ma vive la bellezza nel modo più spontaneo e naturale, senza svilirla o negarla, ma lasciandole un posto logico e importante nella propria vita quotidiana e nei propri ricordi d’infanzia.
Questo è il ricordo che resta in me e il significato del mio modo di vivere Boboli, che non è mai cambiato; nemmeno quando è stato introdotto l’ingresso a pagamento, e si è persa la fruizione occasionale, spontanea, da parte dei cittadini, me compresa.

Le immagini di questo articolo le ho scattate in un pomeriggio di novembre, quando è più evidente l’immutabilità stagionale del giardino e insieme la sua magia di spazio estremamente articolato, ricco di ombre e di anfratti a volte curiosamente naturali, popolato di statue silenziose che sembrano assorbire e riflettere, nei panneggi delle vesti, nelle espressioni dei volti, le linee e le forme vegetali che le circondano.


   

 

 

 

E forse, per un luogo come Boboli, la luce più adatta è proprio quella autunnale – gentile con le superfici consunte e macchiate, che acquistano colori più caldi e nuova vita, intensa sui dettagli ma sfumata nell’insieme, con le sue ombre allungate che accompagnano il trascorrere del tempo – infinitamente lento, eternamente mutevole.


Riferimenti

7 pensieri riguardo “Autunno a Boboli

  • 8 febbraio 2007 in 9:20 AM
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    Complimenti. A fatica trovo articoli così nelle riviste. A far la differenza è la chiave di lettura personale, con la quale oltre a vedere le immagini ne assapori i colori, i profumi, l’ambiente tutto.

  • 8 febbraio 2007 in 12:35 PM
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    Ho vissuto per 9 anni a Firenze prima di trasferirmi nella (‘verdemente’ triste!) Milano. Grazie per avermi fatto rivivere la magia di Boboli!

  • 8 febbraio 2007 in 7:29 PM
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    eh non vale, adesso mi hai fatto venire una straordinaria voglia di vederli davvero, questi giardini… sembrano così magici….

  • 9 febbraio 2007 in 1:05 PM
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    L’articolo è molto bello e curato.
    Tuttavia Boboli non mi piace, nonostante sia uno dei giardini più decantati.
    Troppo serio, classico, squadrato.
    Al confronto i giardini inglesi raccontati da MorriNoor per me sono tutt’altra cosa, stupendi, invitanti, pieni di colore, di novità, insomma di natura. Invitano a star lì seduti a contemplarli, a sdraiarsi, a raccogliere un fiore (se si potesse), cose che Boboli non fa. Per me il giardino inglese è come un bel film divertente a colori, Boboli è un film in bianco e nero, per di più noioso.
    Comunque, ripeto, l’articolo di Thevivons è bellissimo e pieno di citazioni

  • 24 luglio 2007 in 9:25 PM
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    Mappe del giardino che mostrino il progetto originale e le sue trasformazioni successive, come anche un commento sul significato dei percorsi e degli episodi (grotte, statue, fontane) che si dovevano incontrare nel progetto originale, procedendo nel giardino, completerebbero questo prezioso contributo.

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