FAQ sul giardinaggio


Domande

In che verso piantare gli anemoni?
Cosa vogliono dire i nomi in latino delle piante?
Come far diventare azzurri i fiori di un’ortensia?
Perché il mio ficus benjamin perde le foglie?
Perché la mia gardenia perde i boccioli prima che si aprano?
Quali piante d’appartamento si adattano ad una stanza poco luminosa?
Varietà, sottospecie, cultivar, ibrido: aiuto sono perso!
Domande sull’efficacia del Gliphosate


Risposte

In che verso piantare gli anemoni?

Spesso, una volta acquistati i “bulbi” degli Anemoni, una volta che ci si trova a doverli piantare, si viene assaliti da un amletico dubbio: in che verso vanno piantati? Ad una primo rapido sguardo, quei bitorzoletti nerastri non sembrano affatto darci una mano a capire. Vediamo come fare.

Solitamente i cormi (è questo il nome dei “bulbi” di Anemone) sono parecchio disidratati, e, per facilitarne l’attecchimento, è consigliabile farli reidratare prima di piantarli.
Innanzitutto mettete i cormi in acqua a temperatura ambiente per una nottata, dopodiché, quando si saranno ben rigonfiati, osservateli: i bulbi degli Anemone coronaria (A. “De Caen” o “St. Brigid”, i comuni Anemoni dei fioristi), se di grandi dimensioni, sono ramificati, altri sono più tondeggianti e regolari (A. blanda). Osservandoli da vicino, si può notare che comunque sono lievemente appiattiti in un verso: su questo lato stanno le gemme, visibili come piccole escrescenze squamose ( si riconosce questo lato anche perché la superficie presenta numerose irregolarità, piccoli bitorzoli), mentra l’altro lato è relativamente liscio, lievemente bombato e non presenta traccia di escrescenze di sorta. Quest’ultima è la parte che va di sotto.

Se nonostante tutto si dovessero avere dei problemi a riconoscere il “sopra e sotto”, si può usare un piccolo trucco. Prendete i bulbi già reidratati, sistemateli in un contenitore con della torba umida, in ambiente fresco, non riscaldato, e dove non geli, ed aspettate qualche giorno: le gemme si faranno subito evidenti e potrete piantarli senza correre il rischio di metterli sottosopra.

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Cosa vogliono dire i nomi in latino delle piante?

Lo scopritore di una nuova pianta le assegna il nome.
Il nome scientifico è composto di due termini latini, mentre il primo termine è un vero e proprio nome ed indica il genere, il secondo termine è un aggettivo e rappresenta la specie della pianta (detto aggettivo specifico).
Per specie s’intende l’insieme di esseri viventi in grado di riprodursi tra di loro, la cui progenie è feconda.
Al di sotto della specie sono possibili altre sotto-divisioni, quali la sottospecie, la varietà e la forma.

Le convenzioni internazionali stabiliscono che il nome della specie sia scritto in minuscolo corsivo, mentre gli altri attributi sono scritti normalmente.
Varie specie si raggruppano in generi, più generi formano le
tribù, l’insieme delle tribù e dei veri generi costituisce la famiglia e così via come riportato in seguito.
Il nome di ogni raggruppamento è caratterizzato da un suffisso specifico.
Un esempio di classificazione del carpino bianco a forma piramidale:

 
                                Varietà         Carpinus betulus Piramidalis

                            Specie        Carpinus betulus

                        Genere        Carpinus

                    Famiglia        Betulaceae

                Ordine            Fagales

            Sottoclasse    Hamamelidae

        Classe        Magnoliopsida o Dicotiledoni

    Divisione    Cormophyta

Regno    Plantae (Piante)

Alcuni nomi scientifici sono composti da suffissi e prefissi greci o latini indicanti foglia (Ilex aquifolium o Spatyphyllum), albero (Liriodendron), fiore (Calicanthus), nonché colori (Rhododendron = albero rosso o delle rose) o nomi evocativi (Pyracantha = spina di fuoco) oppure dal nome dello scopritore (Robinia).

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Come far diventare azzurri i fiori di un’ortensia?

Nell’ortensia quelli che comunemente vengono chiamati “fiori” sono invece “corimbi”, ovvero raggruppamenti di numerosi piccoli fiori.

Spesso quando si acquista un’ortensia, questa presenta bei fiori azzurri, che però non mantengono il loro colore dopo averla piantata in giardino. Ciò è dovuto al fatto che il colore dei fiori in molte varietà d’ortensia dipende dal grado di acidità del terreno e può quindi variare notevolmente da terreno a terreno, diventando blu nei suoli acidi e rosa invece nei suoli alcalini (ovvero non acidi).

Il grado di acidità di un terreno è misurato da una grandezza nota come PH: se il PH è inferiore a 7 il suolo è acido, se il PH è superiore a 7 il suolo è alcalino.
Un PH uguale a 7 rappresenta invece un terreno neutro.

La pigmentazione azzurra dei fiori dell’ortensia è dovuta all’alluminio, un elemento chimico presente nel suolo, che viene facilmente assorbito nei suoli acidi. Pertanto, per fare in modo che il colore dei fiori diventi azzurro si può agire in due modi: somministrare alluminio alla pianta e rendere acido il terreno.

L’alluminio può essere introdotto nel terreno nella forma di solfato di alluminio, il comune “azzurrante per ortensie”, venduto in tutti i garden center, da somministrare qualche settimana prima della fioritura, nelle dosi e nelle concentrazioni indicate sulla confezione.

Per rendere acido il terreno, invece, si può agire somministrando sequestrene, ovvero chelato di ferro, anche questo in vendita presso tutti i garden center.
Occorre tenere presente che il sequestrene è fotosensibile
e quindi dovrà essere conservato al buio.

Affinché i fiori diventino azzurri, indicativamente il PH dovràà essere inferiore a 6.
È necessario precisare, però, che, se la sfumatura
del blu dipende dall’acidità del terreno, l’intensità del colore è invece legata alle caratteristiche genetiche, allo stato di salute generale della pianta e all’esposizione.

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Perché il mio ficus benjamin perde le foglie?

Mica solo il tuo.

D’estate stanno tutti bene: all’ombra, anche su un terrazzino di infime dimensioni. Addirittura, se l’estate è piovosa il giusto, tendono a diventare enormi e a non rientrare più nell’angolo domestico loro deputato.
Poi una volta dentro, languono e perdono le foglie!

Gli appartamenti cittadini sono un disastro per il povero benjamin.
Per prima cosa è opportuno ritirarlo quando ancora i caloriferi sono spenti, anche se le giornate sono ancora tiepide, se sembra che l’estate non debba finire più, meglio portarlo in casa, quando settembre si inoltra.
Il passaggio dall’esterno freddino-umido all’interno già
secco e riscaldato è micidiale.

Secondo, la luce.
Il benjamin ne vuole tanta, spesso è collocato nel punto più favorevole dal punto di vista dell’arredamento, ma non è un’abat-jour.
Ci vuole una posizione luminosa. E senza correnti d’aria.

Ecco il terzo: mica facile, luce e niente correnti.

Il quarto è anche peggio: lontano dai caloriferi.
Abbiamo tutti finestre, che desidereremmo talora aprire, con sotto il calorifero! Ecco, quello non è il posto giusto.

Il problema non è il caldo, ma il caldo secco.
Le piante di origine tropicale gradiscono che caldo e umidità vadano di pari passo: bisogna sopperire alla mancanza di quest’ultima.

Umidificatori sui caloriferi, quindi sottovaso con argilla espansa che traspiri lentamente, e anche vaporizzazioni settimanali con acqua tiepida e non calcarea, se le cose vanno proprio male.

Il mio benjamin sverna nel bagno: per fortuna è luminoso ma anche torrido. Le docce quotidiane di due persone però gli giungono a puntino, non perde una foglia e sembra perfino gradire gli spruzzi di shampoo.

In ultimo le irrigazioni: che ami l’umidità non significa che
gradisca essere affogato.
È difficile stabilire una cadenza, basta affondare bene un dito nel terriccio e assicurarsi che sia asciutto o solo leggermente umido, prima di somministrare altra acqua.
E svuotare il sottovaso dopo averlo fatto.
Il segno caratteristico dell’eccesso di irrigazioni è l’ingiallimento delle foglie, seguito dalla loro caduta.

Se poi tutto quanto scritto sopra è a posto e il benjamin perde le foglie lo stesso, prima di sconfortarti del tutto, dai un’occhiata alla pagina inferiore delle foglie, guarda bene, potrebbero esserci cocciniglie a scudetto, di quelle marroncine e del tutto mimetiche.
Saggia ogni macchiolina con l’unghia, se si stacca è cocciniglia: passaci sopra pazientemente un batuffolo di cotone imbevuto in alcool.

Ah! L’ultima cosa a proposito dei sottovasi riempiti con argilla espansa: sono utili per mantenere un microclima umido attorno alle piante, ma attenzione che la base del vaso non rimanga a mollo!
Se il vaso è appoggiato direttamente sull’argilla, risulta poco stabile: la tentazione è quella di poggiare il vaso sul fondo e aggiungere argilla attorno. Questo significa creare un ristagno, non fornire umidità. Il vaso deve rimanere sollevato in modo da permettere il defluire dell’acqua di irrigazione in eccesso: io metto come rialzo alcune mollette, di quelle per i panni. Mi sembra vadano bene.

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Perché la mia gardenia perde i boccioli prima che si aprano?

Una specie di punizione.
Anche la mia lo faceva, di sicuro conscia del fatto che la sopporto solo in virtù del profumo dei suoi fiori.
Certo, per chi può climaticamente permettersi di piantarla in piena terra, forse è un’altra cosa: ma una gardenia in vaso acquista ragione di esistere solo quando, di sera e sul terrazzo, ti raggiunge col suo profumo.

Quei boccioli gonfi che si autodecapitano sono un’incomprensibile frustrazione. Ma imbrogliarla non è poi così difficile.

Per prima cosa i bisogni di base.

È una schizzinosa acidofila, questo lo sanno tutti.
Quindi terriccio per acidofile e acqua povera di calcare.
Se fai finta di non saperlo e adoperi acqua del rubinetto, controlla la comparsa di eventuali segni di clorosi: foglie che virano al giallo, con venature verdi. In questo caso somministra sequestrene (si trova in tutti i garden center) con le irrigazioni.

Poi l’esposizione: tendenzialmente ombrosa, soprattutto se il terrazzo è caldo. Il sole del mattino e quello della sera sono di solito tollerati, addirittura graditi, se l’irrigazione è proporzionale.

Fornisci ottimo drenaggio al vaso, evita i ristagni d’acqua.

Niente correnti d’aria e niente brusche variazioni di temperatura. Quando hai trovato un angolo riparato, ombroso e che la contine di misura: non spostarla più. Ti induce a giocarci ai quattro cantoni, nell’ansiosa ricerca di un posto che la soddisfi e la induca a smettere di fasi cadere i boccioli: non farti fregare. Cerca il miglior posto che hai a disposizione e lasciala lì, si abituerà.

Infine umidità costante: questo è il nodo cruciale, secondo me. Non farle mai soffrire la sete: il primo segno, che precede di gran lunga l’afflosciamento, è l’opacità del fogliame. Cerca di evitarlo dando acqua tutti i giorni, con regolarità. Se puoi accostala ad altre piante, in modo da garantire un microclima umido e magari aggiungi un sottovaso con l’argilla espansa, come per il benjamin.

Meglio invece lasciar perdere le vaporizzazioni ( sono certa che puoi rinunciarci senza drammi) che potrebbero favorire la comparsa di malattie fungine.

Ecco fatto: se non fiorisce nemmeno così, non è una gardenia. Magari una felce?

Ah, l’ultima cosa, non meno importante: i boccioli prima di cadere, devono formarsi! Questo chiama in causa il ricovero invernale: la temperatura massima è di 18 gradi. Va bene un vano scala luminoso o un qualunque altro luogo non riscaldato, nel quale la temperatura non scenda troppo.

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Quali piante d’appartamento si adattano ad una stanza poco luminosa?

In generale, le piante coltivate in appartamento hanno bisogno di determinate condizioni di luce e di umidità per prosperare. Per fortuna, molte piante d’appartamento hanno origine dalle foreste tropicali, dove a volte la luce disponibile è piuttosto scarsa, per cui ecco un elenco di piante che possono arredare anche un angolo poco luminoso della nostra abitazione.

Va comunque considerato che nessuna pianta può vivere al buio (o in condizioni di luce talmente scarsa da non poter, per esempio, leggere) e che la luce (anche artificiale) deve sussistere per almeno 6-8 ore al giorno.

Calathea (a volte chiamata anche Maranta) bella pianta slanciata, dalle foglie argentate con nervature evidenti, spesso con fusti rossastri, va annaffiata con acqua decalcificata e a temperatura ambiente. Soffre le correnti d’aria, la sera richiude le foglie. Aspidistra a me piace sempre di più! E’ una pianta un po’ dimenticata, ma resistentissima, al freddo, al buio, alla siccità… Ha un’aria un po’ ottocentesca, ma le belle foglie grandi, verde scuro, arcuate, sono davvero piacevoli.
Sansevieria questa pianta è davvero resistente, richiede poche annaffiature, si adatta anche alle condizioni di luminosità più scarsa e all’aria secca. Ha un aspetto che si accorda più con arredamenti moderni che classici. Pothos (scindapsus aureus) chi non ne ha mai avuto uno? Generosa pianta, molto decorativa, vigorosa, riproducibile molto facilmente per talea, ha solo la tendenza a perdere la bella variegatura dorata delle foglie. Per apprezzare le foglie naturalmente molto lucide, aver cura di spolverarle spesso o di passarle con un panno umido
Aglaonema pianta dal portamento cespuglioso, ha il pregio di non perdere la variegatura delle foglie anche in presenza di poca luce, quindi è adatta per illuminare con la sua presenza un angolo scuro e spoglio. Non va bagnata troppo, è soggetta a marciumi radicali. Syngonium è un bel rampicante (o ricadente) leggero, cresce velocemente, si riproduce facilmente. Ama un’alta umidità ambientale, infatti spesso viene fatto crescere sui tipici pali muschiati.

Altre piante adatte a queste condizioni sono il conosciutissimo, elegante spathyphillum con i suoi scenografici fiori candidi,la monstera che con le sue grandi foglie evoca la lussureggiante vegetazione della giungla. Inoltre, se l’ambiente non è riscaldato, anche le innumerevoli varietà di edera e alcune felci possono essere coltivate con successo.

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Varietà, sottospecie, cultivar, ibrido: aiuto sono perso!

Nell’ambito di una stessa specie vi sono talvolta delle piccole varianti, della forma delle foglie, del colore dei fiori, della forma di accrescimento. A queste varianti sono dati dei nomi , e come per il genere e la specie, anche le varianti sottostanno a delle regole di classificazione.

  • Se la diversità tra gli individui di una stessa specie è la forma di accrescimento, questa viene chiamata forma ad es. Fagus sylvatica f. prostrata, cioè il faggio che cresce in forma di cespuglio.
  • Se le variazioni sono presenti in natura si chiamano varietà ad es. Pinus sylvestris var. scotica che è la varietà delle regioni montuose di pino silvestre, con aghi corti e verde-blu.
  • Se la varietà cresce in una certa regione geografica o è diffusa in habitat simili, allora viene chiamata sottospecie, il confine tra sottospecie e varietà è molto sottile come si può intuire, in genere una sottospecie è più frequente di una varietà. Ad es. Silene vulgaris ssp. alpina.
  • Se la variazione insorge in piante coltivate o come risultato di incroci intenzionali, allora viene chiamata cultivar ed il nome è scritto tra virgolette in carattere normale: Pinus sylvestris ‘Aurea’.
  • Varietà simili, ma con il colore dei fiori diverso, costituiscono le serie ed i gruppi.

    Le piante di specie diverse possono incrociarsi fra loro per dare origine a nuovi individui (ibridi) con caratteristiche di entrambe le specie genitrici.
    Ad es. Magnolia x soulangeana, la X tra i nomi indica che si tratta di un ibrido tra piante dello stesso genere (Magnolia). Generalmente l’ibrido non è fertile, quindi i suoi semi non danno origine a piante vitali.

    Raramente l’ibridazione avviene tra piante di generi diversi.

    Per esempio Cupressus macrocarpa e Chamaecyparis nootkatensis sono state incrociate e hanno dato origine a x Cupressocyparis leylandii, in questo caso il segno X viene anteposto al nome del genere.

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Domande sull’efficacia del Gliphosate

  • Il Glifoste uccide i rovi?

    Si, ma solo a concentrazioni molto alte, in dosi massiccie e con almeno due-tre trattamenti consecutivi
  • Cosa danneggia, oltre ai rovi, e fino a che distanza?

    Generalmente tutti i vegetali con cui viene a contatto; si tratta infatti di un erbicida non selettivo, sistemico (che viene cioè assorbito dalla pianta e traslocato con il flusso di linfa discendente fino all’apparato radicale, danneggiando tutti i tessuti che attraversa in questo tragitto. In funzione di questo meccanismo è ovvio che ha efficacia proporzionalmente inferiore sulle piante in riposo vegetativo, mentre ha moltissima efficacia su quelle che sono nelle prime fasi di crescita, che hanno tessuti teneri, e su quelle che sono in chiusura di ciclo, durante la quale il flusso di linfa discendente è particolarmente abbondante, per permettere alla pianta di immagazzinare le riserve a livello di radici-rizomi-bulbi-tuberi.)
  • Come si somministra?

    Diluito nell’acqua, o anche puro, con uno spruzzatore
  • C’è un’epoca precisa in cui va dato o è indifferente quando, nel corso dell’anno?

    Il periodo varia, in funzione delle considerazioni fatte, pianta per pianta. Specificatamente per i rovi è consigliabile effettuare uno sfalcio in inverno quando le piante sono a riposo ed intervenire alla ripresa vegetativa sui giovani ricacci con 2-3 interventi in successione. L’efficacia è praticamente garantita.
  • È un nome commerciale o il nome della sostanza?

    Gliphosate è il nome del principio attivo. Il formulato commerciale più “famoso” è il Roundup , ma è un prodotto talmente diffuso universalmente che è conosciuto da tutti; si trovano con semplicità anche altri prodotti come Rasikal, Fandango, Buggy.
  • È di facile reperimento?

    Si, assolutamente.

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