Fiori e paesaggi nell'arte di Hayao Miyazaki

di Lidia

Tonari no Totoro.

Quello di Hayao Miyazaki è un nome che potrebbe risultare familiare anche a chi considera gli anime giapponesi un prodotto di basso livello artistico, destinato unicamente ad un pubblico infantile.

La sua fama come ideatore di cartoni animati ha infatti ormai raggiunto dimensioni planetarie, ed è stata consacrata dal conseguimento dell'Orso d'Oro di Berlino nel 2002 (ex aequo con "Bloody Sunday") e del premio Oscar nel 2003 (premio rifiutato in segno di protesta contro la guerra in Iraq), entrambi ottenuti per il suo capolavoro "La città incantata".

È importante segnalare che è la prima volta che l’Orso d'Oro viene assegnato ad un lungometraggio animato, e che la giuria di Berlino è notoriamente schizzinosa e di manica stretta.

Miyazaki è chiaramente un amante della natura, che non si limita a descrivere passivamente, ma che interpreta con la fantasia e la creatività di un moderno pittore paesaggista, non diversamente da come possono averlo fatto in tempi passati Salvator Rosa, Nicolas Poussin e Claude Lorrain. In ognuno dei suoi cartoni animati infatti elabora o rielabora dei differenti concetti di paesistica, riuscendo a cogliere con attenzione e sensibilità le atmosfere dei libri da cui sono tratti, o nel caso di opere originali, creando con meticolosità ed uno spirito degno del miglior "Capability" Brown, dei paesaggi compiutamente immersi nei mondi descritti dal cartone, ottenendo una verosimiglianza ed un realismo che riescono a far calare lo spettatore all’interno del mondo immaginario con rapidità ed immediatezza, al fine di ottenere quella che Tolkien chiamava "sospensione dell'incredulità".

Miyazaki è senza dubbio il più europeo dei disegnatori giapponesi. Il suo tratto semplice e pulito reca infatti delle ben visibili ed inconfondibili tracce di grandi maestri dell'illustrazione europea e americana di inizio Novecento, come John Bauer, Winsor Mccay, Ian Bilibin, ed in generale di tutti gli illustratori che affondano il loro tratto nello stile Liberty, come Dulac, Rackham o Parrish.

Degli esempi del suo interesse per l'arte occidentale sono la sigla di testa di "Nausicäa" e il quadro in "Kiki" , autentici omaggi a Marc Chagall. Ma l'illustratore con il quale lo scambio di idee e suggestioni è più fitto è senza dubbio Jean Giraud, in arte Moebius (avete presente "Arzach" ?) , praticamente coetaneo di Miyazaki, con il quale strinse una forte amicizia ed un sodalizio artistico che dura ancor oggi. L'influenza tra Moebius e Miyazaki è certamente reciproca, ed è specialmente visibile nella costumistica di "Nausicäa", che sembra presa di peso dai bozzetti della prima versione, mai realizzata, di "Dune" commissionati a Moebius da Alejandro Jodorowski.

Miyazaki ha sempre detto di amare molto l'Europa, ed in particolare l'Italia e la Francia, che da sempre distribuisce i suoi lungometraggi in Europa. Ed è sicuramente anche per questo motivo che i suoi cartoni animati sono molto amati e conosciuti anche in Occidente. Inoltre molti dei suoi lavori sono tratti da romanzi occidentali ("Heidi", "Anna dai capelli rossi", "Dagli Appennini alle Ande", "Conan, ragazzo del futuro"), ed anche questa scelta ha sicuramente contribuito a renderlo particolarmente gradevole agli occhi degli europei.

Heidi.

La sua meticolosità nel riprodurre fedelmente ambientazioni paesistiche ed architetture lo vedeva viaggiare per il mondo per fare degli schizzi e delle fotografie dei luoghi che sarebbero poi comparsi nei suoi cartoni. Per “Heidi” andò in Svizzera, per “Dagli Appennini alle Ande” andò in Argentina e venne anche in Italia (di cui sostiene di essersi follemente innamorato), e per “Anna dai capelli rossi” andò in Canada.

In tutte le opere di Miyazaki è sempre presente e marcatamente visibile un’attenta osservazione della natura, che viene riprodotta fedelmente, in maniera quasi lenticolare, pur mantenendo un tratto semplice e non iper-realista. I paesaggi alpini di “Heidi” sono un ricordo impresso nelle menti di tutti per la freschezza e la pulizia dei colori e la purezza del disegno.

In “Heidi” Miyazaki è in grado di far percepire la genuinità e la semplicità della protagonista attraverso un disegno altrettanto immediato e sincero, seppur con qualche indulgenza verso il fumettistico e l’infantile, anche se il prodotto era chiaramente rivolto al mercato europeo e ai bambini.

“Heidi” fu l’inizio della fama internazionale per Miyazaki, che – ancora in collaborazione con Isao Takahata – realizzò “Anna dai capelli rossi”. In questo anime il segno di Miyazaki matura notevolmente, accordandosi così con l’ambientazione del romanzo da cui è tratto, che si svolge nella Nuova Scozia. I paesaggi sono stavolta caldi e raccolti, descritti con una freschezza e una precisione che ricordano talune opere di Giuseppe Abbati o di Odoardo Borrani, e non si può che rimanere ammirati da come questo grande artista moderno riesca a rendere in maniera così apparentemente semplice atmosfere e suggestioni ricche e complesse.

 
Anna dai capelli rossi.

Sebbene il tratto di Miyazaki rimanga tecnicamente immutato (caratteristica tipica del suo modo di disegnare, che si è poco o nulla modificato per molti anni, per rarefarsi ed assottigliarsi solo negli anni più vicini a noi) anche qui notiamo come colori e i tratti del paesaggio si accordino all’esuberante fantasia della protagonista. Una delle caratteristiche di “Anna dai capelli rossi” è il color mattone delle strade di campagna e il verde cangiante dei boschi.

Molti sono gli elementi paesaggistici che si ripetono durante lo svolgimento del cartone, al punto da diventare familiari allo spettatore. Forse il più famoso è il “Bianco viale delle Delizie”, un doppio filare di alberi di melo piantati ai lati di una strada, che congiungono in alto i rami, dimodoché durante la fioritura si ha l’impressione di percorrere un tunnel di fiori. I meli ai lati delle strade sono piuttosto caratteristici della zona della costa orientale americana, ed ebbero grande diffusione durante il periodo georgiano in città come Philadelphia.

Anna dai capelli rossi.

Un'altra presenza importante è il “Re delle Nevi” (pessima traduzione italiana per una decisamente più credibile “Regina delle Nevi”), un maestoso ciliegio davanti alla finestra di Anna. L’amore giapponese per i fiori del ciliegio traspare nella cura che viene dedicata a questo fiore ogni volta che compare. Numerosi sono infatti i ciliegi piangenti (Prunus x subhirtella ‘Pendula’) che chinano i loro rami sulla superficie del “Lago dalle acque splendenti” o di altri specchi d’acqua che spesso compaiono nel cartoon. Miyazaki non si fa sfuggire l’occasione di mettere alla prova le sue capacità di colorista durante le “estati indiane”, cioè il periodo autunnale in cui gli aceri arrossano il loro fogliame.

Dopo la realizzazione di “Anna dai capelli rossi”, Miyazaki viene in Italia per prendere appunti per il suo futuro progetto: “Dagli Appennini alle Ande”, tratto dal libro “Cuore”. La ricostruzione di una Genova di inizio Novecento è degna della precisione di un archivista storico, mentre i paesaggi argentini sono aperti e selvaggi, decisamente meno domestici ed “inglesi” che non in “Anna dai capelli rossi”.

Successivamente Miyazaki si dedicherà per un certo periodo ad opere di fantascienza o fantasy, ed è da questo interesse che vede la nascita “Conan, ragazzo del futuro”. Massacrato da un orribile doppiaggio, “Conan” è un cartone animato ambientato in un paesaggio post-atomico, in cui il verde è una cosa preziosa, difeso dalla gente comune contro una fazione di ultra-tecnologici industriali. Prende così corpo quella che sarà l’anima ecologista di Miyazaki, che diverrà un filo conduttore che collegherà molti dei suoi successivi lavori.

Per molti “Conan” è una prova generale per “Nausicäa nella Valle del Vento”, con cui l’Autore abbandona le serie e si dedica interamente ai lungometraggi.

 
Nausicäa nella Valle del Vento.

Anche in “Nausicäa” abbiamo a che fare con paesaggi post-atomici e devastazione ecologica. La Valle del Vento invece si configura come una sorta di piccolo Eden, minacciato da una terribile “Jungla Tossica” che si espande e distrugge ogni cosa che incontra, e che è abitata da insetti giganti e strane creature. Le più grandi preziosità artistiche si trovano proprio nell’originalità e nella minuziosità con cui viene descritta la “Jungla Tossica”, un paesaggio fantasy da sogno, seppur mortale.

Il finale riserva sorprese, e veniamo a sapere che la Jungla non sarebbe più velenosa se venisse irrigata con acqua pura, e che sono proprio i maestosi, giganteschi alberi pietrificati che filtrano le acque velenose e le restituiscono pulite e limpide alla base della Jungla, dove l’aria è finalmente respirabile.

La fantascienza continua a farla da padrona in “Laputa, il castello nel cielo”, in cui l’ambientazione diventa quasi americana. Ma i paesaggi dell’isola incontaminata “Laputa” sono ancora edenici, simili a quelli della “Valle del Vento”, tra la fantascienza e il fantasy ma con qualche ricercatezza in più, come edera e muschi che ricoprono vecchi muri (preziosismi che, resi ancora più manierati e classicheggianti, troveremo in “Lupin e il Castello di Cagliostro”) e con più di qualche spunto che rimanda all’Assiria e ai giardini pensili di Babilonia.

 
Laputa, il castello nel cielo.

Ma l’opera forse più bella e compiuta, di certo la più amata dal pubblico è “Tonari no Totoro” (Il vicino Totoro), purtroppo inspiegabilmente non tradotto in italiano. Tutto il film è un continuum di suggestioni e di magiche atmosfere rurali. La campagna giapponese di un periodo non ben identificato, collocabile tra i ’50 e i ’70 , viene descritta con amore e fedeltà. Totoro è uno spirito benevolo dei boschi, e la presenza di creature magiche assolutamente originali (strane pallottoline nere, spiriti delle case disabitate, un gatto-bus) conferisce al cartoon il sapore di un racconto per bambini che sa incantare ed affascinare anche gli adulti, riportandoli all’ingenuità della loro infanzia.

In questo film troviamo maggiormente esplicitata una delle caratteristiche peculiari di Miyazaki, cioè quella di non idealizzare la campagna, ma di renderla con verosimiglianza, inserendo quindi tutti quegli elementi, come binari ferroviari, strade, tralicci per l'elettricità, che pur non essendo naturali sono ormai definitivamente acquisiti come unitari alla visione del paesaggio.

 
Tonari no Totoro.

Come per molti tra i più acclamati successi cinematografici, la trama è poco importante, ma sono proprio le atmosfere pulite e non contaminate, che possono nascere unicamente dall’ingenuità di un bambino, a rendere “Totoro” un indiscutibile capolavoro.

Come in tutte le altre sue opere la simbiosi tra paesaggio e spirito dei personaggi è completa, ma in questo caso si potrebbe dire che è anche "personale". Sembra infatti che in questo film Miyazaki abbia saputo ritrovare la sua propria "Combray" che riesce a rievocare con semplicità e concretezza, senza patetismi od orpelli nostalgici, e che restituisce allo spettatore “oggettivata”, in quel modo istintivo e sapiente di cui Fellini fu maestro, in modo che ognuno, leggendola con il filtro del proprio cuore, ne colga ciò che solo a se stesso è caro e vicino, riportandolo alla sua storia personale, non già facendolo immedesimare in quella di un altro.

 
Tonari no Totoro.

E questa, amici miei, è Arte.

Totoro segna il distacco dal genere fantascientifico, che viene abbandonato, ma senza rinunciare ad uno dei temi da sempre preferiti dall’artista: gli aerei e i velivoli che lasciano il pilota a contatto col vento.

 
Porco Rosso.

Nasce così "Porco Rosso", ancora non tradotto in Italiano, seppur ambientato proprio in Italia "al tempo degli idrovolanti" durante il primo dopoguerra, negli anni del primissimo Fascismo. Pur dichiarando apertamente il periodo e collocazione geografica (Laguna veneta , Istria e Lombardia), la ricostruzione storica di Miyazaki rimane volutamente al di fuori del contesto bellico, lambendolo solo idealmente, facendo così galleggiare il film in un limbo di surrealtà narrativa. La ricostruzione paesaggistica è più simile a quella di "Dagli Appennini alle Ande", e agli occhi di un italiano il litorale appare più tirrenico che non adriatico.

Splendide – ma forse un po' eccessive – le visioni del giardino di Madame Gina, realizzato su un isoletta in mezzo al mare, in stile solo apparentemente mediterraneo ma in sostanza inglese, con bordure elaborate, vasche ed elementi classicheggianti. Tuttavia la precisione del dettaglio e la prospettiva seducente gli attribuiscono l’efficacia di un delicato bozzetto scenografico.

 
Kiki consegne a domicilio.

Il successivo "Kiki consegne a domicilio" raffina ulteriormente il tratto, e il desiderio di ricercatezza e di abbondanza viene finalmente compiuto nella soverchia opulenza di fiori e dettagli che è il laboratorio di magie della mamma di Kiki.

Indimenticabili le brevi scene iniziali in cui Miyazaki descrive una porzione di campagna europea vicina al mare (presumibilmente provenzale) con una poesia ed un sentore nostalgico che sembrano impossibili appartenere ad un orientale.

Kiki consegne a domicilio.

Ma l'opera in cui è senza dubbio più concretamente sviluppata la coscienza ecologista di Miyazaki, è "La Principessa Mononoke", una complessa storia fantasy che si distacca nettamente dalle opere precedenti, di gusto marcatamente europeo, e che rimanda fortemente alle tradizioni e alle leggende giapponesi.

In questo anime i dettagli dei fiori e i particolari raccolti ed intimi, tipici in Miyazaki, sono messi da parte in favore di uno scenario aperto e selvaggio. Per la prima volta in uno dei suoi film, la natura sfugge al controllo degli esseri umani ed è poco o per nulla antropizzata anche nei villaggi sparpagliati tra boschi e pianure, che non si configurano quindi come paradisi all’interno di un mondo ostile (come in “Nausicäa”), ma piuttosto come rifugi o baluardi contro un pericolo costantemente incombente.

Tutto l'anime ruota attorno all’inquietante ed ambigua presenza di un “ grande spirito naturale” che compie delle azioni di volta in volta distruttrici o guaritrici, a seconda che ci si ponga come nemici o come amici. È una chiara metafora della Natura, che può travolgere con furia inarrestabile o essere per l’Uomo nutrimento e salvezza. La Natura, insomma, non è né buona né cattiva, ed è dato solo a noi scegliere se avversarla o no, prendendoci le responsabilità delle nostre azioni. In tal senso si può dire che "La Principessa Mononoke" presenta molti punti di contatto con l’opera del grande paesaggista ed artista francese Gilles Clément.

La Principessa Mononoke.

Se "La Principessa Mononoke" è disegnato in maniera elegante, lo è forse ancora di più "La città incantata", in cui il ritorno allo spirito e alle leggende giapponesi è ormai consolidato. L’opera è un vero e proprio capolavoro, con paesaggi surreali e mozzafiato: nulla a che vedere con i pastrocchi iper-tecnologici a cui ci ha ormai abituato Disney.

La città incantata.

L’assottigliamento del tratto, che in Miyazaki è sempre stato piuttosto marcato e deciso, è un po’ sconcertante per chi lo abbia seguito da tempo sin dai suoi primi lavori e ne conosca e riconosca lo stile, ed è sicuramente imputabile alla malattia che lo ha costretto a delegare il lavoro di scomposizione e ad altri designer. A mio personale giudizio la corretta misura stilistica è stata trovata in "Totoro" e in "Kiki" .

La rarefazione del tratto è portata ad un livello ancora maggiore in "Il castello errante di Howl" , in cui i fiori sono comprimari di un decorativismo ormai esagerato. Personalmente ritengo questa sua opera decisamente al di sotto del livello a cui ci aveva abituati.

Il castello errante di Howl.

Quanto tempo è passato dai tempi di “Heidi”! E forse è proprio il desiderio di indulgere in queste ricercatezze, iniziato in “Lupin, il Castello di Cagliostro” e conclamatosi in “Kiki”, che conduce Miyazaki ad un barocchismo più vicino alla Cina che al Giappone, e che in “La Città incantata” lo porta a darci delle spettacolarissime visioni di fiori tipicamente orientali, come camelie, rododendri, ortensie e azalee potate a boule.

La città incantata.

Questo breve excursus delle opere di Miyazaki vuole essere non solo un invito a guardare con occhio più attento i suoi cartoni, ma anche a far riflettere una volta di più come i fiori siano più spesso percorsi e suggestioni mentali , immaginate dall’Uomo, più che oggetti reali presenti nei campi e nei giardini.

Nota: le immagini sono state trovate in rete principalmente sul sito Buta Connection. Si fa presente che tutte appartengono a © 1995-2007 Team Ghibli e che vengono proposte qui solo al fine di illustrare meglio quanto scritto nell’articolo.

Porco Rosso.


Riferimenti