Gli orti urbani
di Lidia
Il ritorno alla coltivazione dell’orto anche in città è un fenomeno recentissimo: sino a pochi anni fa, era l’ultima moda delle feste dei divi di Hollywood invitare gli ospiti a cena ed offrire le primizie coltivate sulla propria terrazza o veranda, tanto che nel 2005 un’inchiesta del settimanale “L’Express” ha incluso l’orticoltura tra le settanta pratiche dell’odierno snobismo. Nel nostro piccolo, anche noi di CdG siamo stati influenzati da questo orientamento, infatti alla Banca del Seme di quest’anno, le richieste di semenze da orto sono state le più numerose.
Per capire il perché di questo rinnovato interesse per la coltivazione dell’orto, bisogna tornare un po’ indietro con gli anni, all’epoca pre-industriale. Fino a tale periodo, campagna e città hanno convissuto bene insieme, anzi, si può dire che nella storia occidentale ad ogni fase di crescita urbana si sia accompagnata una proporzionata crescita del patrimonio verde e dei campi a coltura. Pensiamo alle ville venete del Settecento, che si trasformavano in cuori di prospere aziende agricole...
Gli orti erano piuttosto comuni in tutte le grandi città, ad esempio Roma manteneva un aspetto paesano ancora alla fine del XIX secolo, elemento che la caratterizzava fortemente specie agli occhi dei visitatori stranieri, e che adesso rivive nelle famose cartoline “Roma com’era”. Londra, cuore della Rivoluzione Industriale, seguiva opposto destino. Engels rimarcava come si potesse camminarvi per ore senza neanche supporre la vicinanza con la campagna.
Lo stesso Engels, nella sua opera “La questione delle abitazioni” condannava il cosiddetto “cottage operaio”, cioè le casette costruite dai proprietari delle fabbriche per le famiglie operaie, le quali per averne diritto, dovevano pagare un affitto e venivano stipendiate di meno.
Un altro elemento su cui si basa la “guerra all’orto” pronunciata dalla moderna urbanistica è la convinzione – rivelatasi tragicamente sbagliata – di molti architetti (principalmente Le Corbusier), che le sorti e i destini della città e delle persone che lavorano dentro di essa, fossero autonomi e distinti da quelli della campagna.
E fu proprio nelle grandi città che si formò un forte contrasto tra proletariato e borghesia, che represse l’edilizia spontanea popolare con la sua cultura estetica e la sua morale dominante; ed è nelle grandi città che nacquero le prime moderne associazioni operaie, i sindacati, il cartismo, e movimenti politici come il socialismo.
Negli anni Trenta e Quaranta i regimi totalitari si impegnarono molto per favorire l’accesso alla proprietà della casa da parte dei ceti meno abbienti. Nacquero così le “borgate popolarissime”, mentre in America proprio in quegli anni si assisteva ad un fenomeno di neo-ruralismo: molti scappavano dalle città sempre più inospitali per andare a vivere in campagna.
In Italia il minimo storico della coltivazione amatoriale dell’orto è stato raggiunto negli anni Sessanta e Settanta. La coltivazione di orti all’interno delle città era una vera anomalia, una stranezza, ed era sempre guardata con sospetto ed avversione: l’orto in cittàin poche parole- divenne simbolo di una condizione sociale ed economica inferiore. La città era considerata (e purtroppo lo è ancora) luogo per parchi e giardini, non per orti. E la vedevano in questo modo sia gli urbanisti che la gente comune: entrambi consideravano l’orto in città un elemento di degrado paesaggistico.
Come i picchi minimi del numero di orti urbani sono collocabili nei venti anni di boom economico successivo al Secondo Dopoguerra, la rinascita dell’interesse per la coltivazione dell’orto coincide con la crisi economica che ha colpito l’Europa a partire dagli anni Ottanta.
Ma alla base della coltivazione amatoriale dell’orto in tempi attuali non è tanto la necessità di fare economia (le statistiche evidenziano infatti come una buona parte della produzione venga regalata ad amici e parenti), quanto il desiderio di “sapere cosa si mangia” e la preoccupazione alimentare per se stessi ed i propri figli.
È proprio di questi ultimi venti anni una rinascita di una vecchia istituzione, quella degli “orti senza casa”, cioè di orti allocati all’interno del tessuto urbano, che non appartengano a chi li coltiva, ma proprietà di associazioni o delle amministrazioni comunali ed assegnati a coltivatori non professionisti. Il fenomeno nasce a Lipsia, in Germania, verso la metà del XIX secolo, con i kleingarten riservati ai bambini, ma trova il suo aspetto più interessante nei jardins ouvriers francesi.
I jardins ouvriers (giardini operai) sono un fenomeno nato alla fine dell’Ottocento dall’attività di Monsignor Jules Lemire. Egli fu non solo uomo di chiesa, ma anche professore e uomo politico di grande statura. Durante i suoi trentacinque anni di mandato alla Camera dei Deputati ottenne molte riforme per la protezione per gli operai e i lavoratori. Nel 1899 chiese l’istituzione del Ministero del Lavoro, che fu costituito nel 1906. Nel 1896 fondò la Ligue Française du Coin de Terre e du Foyer (divenuta in seguito Fédération Nationale des Jardins Familiaux), che aveva come scopo quello di favorire l’accesso degli operai alla proprietà della casa. L’intento di Monsignor Lemire non era unicamente materiale, ma anche morale: coltivare l’orto era non solo una risorsa economica ed alimentare, ma anche un modo sano e retto di passare il proprio tempo libero in compagnia della propria famiglia, a contatto con la natura e al riparo della tentazione dell’ alcolismo, allora molto diffuso. La filosofia del jardin ouvrier è sintetizzata nel famoso motto dello stesso Lemire: “Il giardino è il mezzo, la famiglia è lo scopo”.
La Ligue trasse origine anche dall’Enciclica di Leone XIII Rerum Novarum e dalle allora nascenti dottrine democratico-cristiane, ma ben presto si liberò dell’influenza religiosa, che ad esempio, pretendeva il riposo domenicale.
Nel 1906 la Ligue fu ammessa alle esposizioni della Société Nationale d’Horticolture, e nel 1900 partecipò all’Esposizione Universale, mentre nel 1927 si avviarono dei congressi internazionali a cui parteciparono moltissime nazioni europee: Germania, Austria, Belgio, Finlandia, Gran Bretagna, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Polonia, Svezia, Svizzera e Cecoslovacchia. Questi congressi sfociarono nella creazione dell’Office International des Jardins Ouvriers.
Nei trent’anni del boom economico successivo al Secondo Dopoguerra i jardins ouvriers vissero un periodo di declino, segnato da trascuratezza e disordine, tale che le lamentele riguardo a questa forma di inquinamento paesaggistico si fecero sempre più numerose ed insistenti, e si asserì che la presenza degli orti operai all’interno delle città le facesse assomigliare a delle bidonvilles. Ma già a partire dagli anni Ottanta si assistette ad una rinascita, prodotta principalmente dall’interesse e dalla collaborazione delle autorità, locali e nazionali, che infusero nuovo vigore alla Ligue, tanto che attualmente alcuni tra i più antichi jardins ouvriers sono inseriti nel circuito dei giardini storici di Francia. Alcuni hanno però criticato questi “abbellimenti” poiché dettati da una morale ed una estetica borghese sovrapposta a quella rurale.
L’esperienza della Ligue fu ben presto esportata all’estero, in Belgio, Germania e anche da noi in Italia, dove però non ebbe molta risonanza. All’epoca il Fascismo aveva promosso l’iniziativa dell’ “orticello di guerra”, nel quadro della “battaglia del grano” e della ruralizzazione degli italiani che Mussolini perseguiva. In particolare l’Opera Nazionale del Dopolavoro Ferroviario fu molto attiva in questo senso, e promosse concorsi per l’abbellimento delle stazioni ferroviarie. Il “Dopolavoro” partecipava anche alle periodiche riunioni dell’Office International.
Negli anni Trenta anche l’America conosceva l’esperienza dei relief gardens (orti di soccorso) e durante la Seconda Guerra Mondiale quella dei victory gardens. Dopo la Guerra gli orti urbani subirono un declino, fino ai primi community gardens che nacquero intorno agli anni Settanta, nel corso dei quali alcuni gruppi di cittadini, denominati “green guerrillas”, reagirono all’inerzia delle pubbliche amministrazioni di fronte al degrado paesaggistico, urbano e morale di interi quartieri. Si recuperarono quindi zone abbandonate a se stesse, degradate e fatiscenti, per riportarle a nuova vita (avete visto “Green Card, matrimonio di convenienza”?).
L’iniziativa si diffuse velocemente in tutte le grandi metropoli statunitensi (in particolare New York e San Francisco) e canadesi, ma purtroppo le finalità economiche e politiche finirono per prevalere su quelle naturalistiche ed ecologiche, e gli orti urbani sono oggi diventati un importante strumento di politica sociale.
In questa fase di seconda giovinezza degli orti urbani c’è una maggiore diversificazione del beneficiario dell’orto. Non solo operai e gente di basso ceto, ma anche impiegati, insegnanti, e professionisti. Diminuiscono i pensionati e si abbassa l’età media. Aumentano le colture da fiore e il gusto borghese per il decoro, si incrementa il numero delle donne.
L’Italia, oltre la parentesi fascista, prontamente chiusa e rimossa, non ha una storia associativa riguardo agli orti urbani. La creazione di orti urbani è sempre originata da iniziative individuali, disorganiche, spesso abusive, mal tollerate se non apertamente disprezzate od osteggiate dagli abitanti dei quartieri in cui si trovano.
A tutt’oggi le statistiche rivelano che per la totalità degli intervistati gli orti non possono convivere con la città, che sono antiestetici e danno un aspetto decadente, “di paese”. Insomma, che il posto dell’orto è la campagna, mentre la città è il luogo del giardino e del parco. I tenutari degli orti sono considerati dei poveracci, dei parassiti della società, improduttivi, quasi dei “barboni”.
Il declino dell’orticoltura ornamentale negli anni Sessanta e Settanta è stato la conseguenza del disprezzo per ogni forma di economia domestica imposto dalla cultura industriale e urbana, ma anche dalla nascita di altri modi per impiegare il proprio tempo libero. Deleteria a tal riguardo è stata la televisione, tanto che la storia dell’orto in Italia si può dividere in epoca pre e post-televisione. A ciò va aggiunto il processo di democratizzazione della vacanza al mare. Infatti in quegli anni alla rispettabilità sociale e familiare conferita da un orto o un giardino ben tenuto, si sostituisce quella del “mese al mare” ( avete presente “Il sorpass o”?), ovviamente incompatibile con il mantenimento di un orto, interrompendo così la secolare tradizione di un giardino come segno di distinzione sociale delle classi più agiate, e dell’orto come una prerogativa di quelle meno abbienti.
Il rinnovato interesse per l’orticoltura ha anche un'altra causa: oltre a comportare uno stretto rapporto con la natura, non c’è necessariamente bisogno di mettersi in discussione e a reinventare continuamente se stessi e il proprio gusto. In poche parole tiene attivi e rilassa.
Inoltre, proprio per la sua capacità di rispondere ad un duplice ordine di esigenze intime socializzare con gli altri ma anche isolarsi e dialogare con se stessi, la cura dell’orto è da sempre un’attività praticata sia dalla gente comune che dagli intellettuali.
Voltaire, Petrarca, Manzoni, Calvino, e molti altri, erano appassionati giardinieri ed orticoltori. Francesco Bacone nel suo “Sui giardini” sostiene che il giardinaggio è il più puro dei piaceri, e Kant lo pone tra le arti maggiori.
Anche Hesse fu un giardiniere paziente e costante, sebbene dicesse che il suo orto alla fine divenne una “dura schiavitù”. Il giardino fu fonte di ispirazione poetica per la sua opera, come testimonia la poesia “Il sogno del giardiniere”.
Il sogno del giardiniere
di Herman Hesse, da “In giardino” Guanda 1994Cosa nasconde nella scatola magica la fata dei sogni? Anzitutto una montagna del miglior concime! Poi un sentiero dove non crescono le erbacce, un paio di gatti che non divorano gli uccelli. Polvere poi, che appena sparsa sulle zecche Trasforma le foglie in un fiorir di rose, inoltre robinie nel palmeto da dove trarre un copioso raccolto. O fata, fa’ che per noi l’acqua scorra Ovunque abbiamo piantato e seminato; donaci spinaci che non mettano i fiori ed una carriola che da sé si muova! E ancora: un veleno efficace per i topi, stagioni incantate invece di grandine insidiosa, dalla stalla a casa un piccolo ascensore ed ogni sera una schiena nuova.
Nigritella, 10 marzo 2007:
Complimenti,molto esauriente e realistico mi ha fatto ricordare i tempi passati nella Svizzera tedesca.
Giardini con una piccola casetta che il comune dava a chi ne faceva richiesta.
Era luogo di incontro di diverse nazionalita’ con gare a chi faceva il pomodoro piu’ grosso o il girasole piu’ alto.
Un grazie per aver pubblicato qualc’osa di Hermann Hess il mio Preferito,il massimo per me che amo le natura e il giardino.
Claudio, 27 marzo 2007:
ho realizzato 130 orti urbani su area privata a Milano. Gli ortolani hobbisti sono …. al settimo cielo dalla gioia. Ogni orto misura 75 mq e costa 330 euro all’anno iva compresa. Fornisco io i serbatoi per l’acqua (rigorosamente di falda), la pressione per innaffiare la sera e la mattina, le casse per gli attrezzi e la manutenzione delle aree verdi dove i bambini possono giocare liberamente mentre i genitori, in prevalenza mamme, zappano con ardore.
Renée Klein, 20 maggio 2007:
Vorrei sapere se a Roma esistono gli “orti urbani”.
Grazie !
Alessandro D'Arco, 5 giugno 2007:
Sono il presidente dell’Associazione Arca della Speranza, che si interessa di fattorie didattiche.
Complimenti per il sito. Sandro
Luca, 8 giugno 2007:
Grazie Sandro, saremmo lieti di raccogliere testimonianze ed esperienze del vostro lavoro.
Renèe: non mi risulta, allo stato attuale.
Claudio: complimenti, bella esperienza. Speriamo che l’entusiasmo perduri.
Lidia, 13 giugno 2007:
Ringrazio tutti per i commenti, in particolare di chi si occupa direttamente di orti urbani (ci farebbe piacere avere un punto di vista diretto) e vorrei aggiungere che la pubblicazione di questo articolo è stata seguita da un numero sorprendente di richieste di maggiori informazioni: sembra che gli orti urbani siano un fenomeno piuttosto studiato alle facoltà universitarie. Per quanto riguarda gli orti urbani di Roma, credo che ce ne siano, bisogna informarsi all’Assessorato all’Abiente. Tuttavia è famosa la Battaglia di Tor Marancia, in cui dei cittadini si opposero alla cementificazione di un’area incolta che è stata poi destinata al WWF. Inoltre potremmo chiamare in causa l’esperienza diretta di una delle nostre iscritte che, insieme ai suoi vicini, è riuscita ad ottenere che un’area a parco antistante un gruppo di villette, fosse sottratta al suo destino edilizio. Non si tratta di un orto, ma di un piccolo parco giardino. Tuttavia le iniziative private, spesso abusive, sono numerose. Si consiglia la lettura del volume di Valerio Merlo “Voglia di Campagna” anche la lettura dei periodici INSOR e di Italia Nostra
Andrea, 7 maggio 2008:
Salve io ho progettato un orto urbano l’anno passato come tesi per l’esame di maturita. Questo mi ha portato allo sviluppo di un grande interesse nei confronti di questo fenomeno , oggi riscoperto per le sue interessanti utilità sia sociali che economiche. Ed aggiungerei io , molto utile per la “certezza di cosa mangiamo “ e la possibilita che si ha di produrre in assoluta assenza di prodotti chimici, quindi in un regime piu che biologico.Infatti il regime di lotta biologica permentte molti prodotti chimici e/o naturali, che nn sn cosi “naturali come molti pensano e seppur minimamente, nocivi…
Concludo scusandomi per la possibile difficolta di lettura di cio che ho scritto, e resto disposizione per ogni possibile scambio di opinioni.
Andrea..
natalia, 11 agosto 2008:
ho sempre avuto un orto:da piccola lo coltivava mia mamma con passione ,non era un orto urbano ma di picola localita’ fuori dal grosso centro. mi ricordo la gran quqntita’ di verdure e mi sembra non ci fossero malattie tipo ticchiolatura o cocciniglia e malanni vari che ci sono oggi negli orti,ma forse mi sbaglio. comunque in pieno centro non coltiverei un orto:c è troppo inquinamento. mia mamma avevaun giardino piccolo :un rettangolo di rose baccara’ contornato da ghiaietto bianco, l’orto era grande sul retro della casa circondato da fiori annuali, ricordo la cosmee,le zinnie,le dalie giganti,i gigli. ho un vago ricordo dell ‘orto di mia nonna: avevo 5 o 6 anni soprattutto le zucche,il perimetro con ibiscus siriacus bianchi con la gola rossa: ho molta nemoria e molta nostalgia.che bei tempi. ho avuto l ‘esempio di orti cosi’, ho gli stessi fiori e stesse verdure di mia mamma ,ho diversi ibiscus come quelli di mia nonna. natalia
Guido Arcangelo Medolla , 23 giugno 2009:
da anni collaboro agli orti di città, gestiti da Lega Ambiente, ad Eboli ed a Pontecagnano (Salerno) ed, inoltre, studio i modelli e le essenze degli orti medioevali tipici della Scuola Medica Salernitana (X – XIV sec.), in particolare quelli detti del “Giardino dei semplici” e del “Giardino dei quattro elementi”.
Per divulgarne la conoscenza ho messo a punto e svolto numerosi programmi educativi (del tipo dei PON, POR, POF ed altri ancora).
Mi congratulo per la vostra iniziativa, che ho scoperto per caso, ma trovo strutturata assai bene, certamente destinata ad un ulteriore trasferimento dei prodotti culturali che la caratterizzano.
Claudio Svaluto Moreolo, 28 luglio 2009:
ciao, partecipo con mia sorella all’iniziativa (Maggio 2009) dell’Agricoltura Nuova a Castel di Leva. Spero che gli orti sociali di Roma durino e si espandano, anche perché già ci sono dozzine di famiglie in attesa!
se siete interessati, questo è il sito di riferimento.
http://ortisociali.pbworks.com/
Ass.ne A.EDUC.A. - Roma, 23 settembre 2009:
Come Associazione Ambientale abbiamo fatto richiesta alla Regione-ARDIS Lazio, presentando regolare domanda di concessione per orti urbani sociali sul lungotevere (zona gia di orti abusivi e sgomberati fine 2007). Gli aspiranti “ortisti”, in prevalenza pensionati, hanno versato dei soldi e sono ancora in attesa di una risposta!!Il 01.10.09 è un anno!!!!!! Grazie
ambro, 19 ottobre 2009:
i più sinceri complimenti per la magnifica deescrizione, ora stampo il tutto , me lo rileggo per bene e lo farò leggere a tutti i miei amici appassionati d’orto. grazie.
giulia, 30 ottobre 2009:
Ciao lidia, ho trovato molto interessante questo post che parla degli orti urbani. Io sono molto interessata all’argomento,ma sto trovando un po difficile reperire informazioni riguardanti questo fenomeno, per caso sai indicarmi alcuni libri che trattano questo argomento, e magari presentano la loro storia come hai fatto tu in questo articolo??
graziemille
pietro soldo, 21 novembre 2009:
ciao lidia,sono il padre di angela ragazza disabile e mi piacerebbe fare un orto sociale in cui i disabili insieme ai pensionati e altri appassionati di orticoltura lavorano la terra i cui prodotti sono destinati all’autoconsumo in un contesto il più possibile semplice dal punto di vista del rispetto delle norme vigenti in materia di lavoro e altre che ora non mi vengono in mente (es. se uno si fa male cosa succede ) poichè eventuali costi burocratici renderebbero tutto estremamente complicato
spero che qualcuno mi informi o mi indichi dove potrei informarmi
graziemille pietro