Con i piedi nell'acqua
testo e foto di Roberto Pellegrini
Non so se c'è un inizio per certe cose o se tutto è già scritto nel nostro DNA. Fatto sta che fin dall'infanzia sono stato affascinato dal mondo acquatico e da tutte le creature ad esso collegate. Una passione che col tempo è aumentata sempre di più, che è stata sgrezzata ed affinata dagli eventi e che si è trasformata, tuttavia, in una vera e propria mania.
Molti di noi ne sono affetti: nella variante 'giardinicola' si chiama "Sindrome del coltivatore folle" ed è quella malattia che ti porta a riempire ogni spazio vitale della casa con vasi, vasini e vasetti pieni di piante, a compiere gesti inconsulti per reperire questo o quel vegetale rarissimo o che ti spinge, per esempio, alla spasmodica ricerca di informazioni, notizie e risposte per poter sedare quelle domande e quelle curiosità che non ti fanno dormire la notte. Quanti di noi non hanno mai avuto almeno uno di questi sintomi? Benvenuti nel club allora.
Pensandoci bene, però, non mi sono mai sentito un coltivatore e basta ma, piuttosto, uno strano ibrido tra un naturalista ottocentesco e un giardiniere, figura che spesso fa fatica ad identificarsi ciecamente in un gruppo o nell'altro. Il coltivare, per me, non è mai stato il fine ultimo di un raggiungimento estetico, bensì un tramite per capire e conoscere meglio la Natura. Spesso ho pensato a quali siano state le scintille o gli episodi che mi hanno portato fino a dove sono ora. Per dirla tutta, nascendo proprio nell'edificio di fronte all'Orto Botanico di Lucca, una delle prime cose che devo aver visto, se di vista si può parlare, deve essere stato proprio il centenario cedro del Libano che troneggia in quel giardino. Scherzi a parte, penso di aver individuato almeno tre eventi decisivi: l'acquisto del primo acquario, la realizzazione del mio laghetto iniziale e la scoperta del Lago di Sibolla.
Il mio primo acquario l'ho comprato all'età di 10 anni, usando i soldi accumulati con le varie paghette di nonni e genitori. Ricordo ancora la soddisfazione di quando lo pagai: avevo raccolto quelle 100 mila lire tutte in pezzi da 1000 e tenere in mano quel mazzettino bello gonfio e profumato mi dava la stessa ebbrezza che deve provare un miliardario o uno che ha appena fatto una rapina in banca. Non volli il Commodore 64, l'antenato di tutte le varie console di videogiochi, ma comprai quella scatoletta anonima fatta di 5 pezzi di vetro. Quell'acquario, a distanza di circa 13 anni, ce l'ho ancora e nel frattempo se ne sono aggiunti altri, tutti laboratori ed opifici di numerose prove ed esperimenti.
Il grande zoologo Konrad Lorenz scriveva:
Ed aveva proprio ragione. Partire dal basso per capire l'alto, lasciarsi stupire dalle piccole cose per poter comprendere quelle grandi, perdersi dietro ai tentacoli di un'idra per guardare meglio dentro noi stessi. Il mio primo "laghetto", anche se definirlo tale è quasi un'offesa, è stato una tinozza circolare in plastica verde, una di quelle che si usano in cucina o per lavare i panni, larga una trentina di cm e profonda appena quindici. La interrai in un angolo soleggiato del giardino e ci adagiai dentro un bel giacinto d'acqua (Eichhornia crassipes): in poco tempo la pianta madre si espanse, a queste furono aggiunte alcune Pistia stratiotes (lattuga d'acqua) e il contenitore iniziale fu ben presto sostituito da un altro catino in plastica più grande e profondo. Il danno ormai era stato fatto e a quei "laghetti", spartani e improvvisati, ne seguirono molti altri, realizzati nelle più svariate forme e dimensioni.
Il lago Sibolla
L'evento più decisivo, quello che ti segna per tutta la vita, è stato sicuramente la scoperta della mia prima palude vera, il punto d'incontro di quei due mondi casalinghi in miniatura (l'acquario e il laghetto in giardino), quell'insieme reale di acqua, fango, piante ed organismi microscopici che pulsano e si riproducono da millenni, nascosti da cortine di canne. Quella era la riprova di tutto, la palestra in cui verificare le scoperte e le osservazioni fatte in privato, ignaro del fatto che quel nuovo ambiente da esplorare avrebbe aperto ancora di più i miei orizzonti.
Il Lago di Sibolla, o "Laghetto" come lo chiamano qui, è una piccolissima zona umida di appena 27 ettari situata nel comune di Altopascio, a pochi km da Lucca. Nella cultura locale i riferimenti a questo laghetto, praticamente una buca in mezzo ai campi, sono sempre stati abbondanti e, fin dall'antichità, quei canneti e quegli stagni hanno mantenuto un tocco di magia e di leggenda. I vecchi raccontavano i pericoli di quelle terre malferme, di quel fango che si appiccica alle scarpe e che ti risucchia come sabbie mobili e, perfino negli anni '50, si diffuse la credenza che le sue acque fossero abitate da un luccio gigante, un vero e proprio mostro di Loch Ness in versione toscana. Tra mito e realtà, il Laghetto di Sibolla costituiva un vero e proprio scrigno di biodiversità animale e vegetale, tanto che nel 1927 il Pampanini lo definì "Il più prezioso relitto dell'antica vegetazione toscana".
Nella mente di un bambino quei discorsi e quelle parole che leggevo nei primi articoli scientifici che mi passavano sottomano erano sufficienti a stimolare la mia fantasia e a farmi creare una sorta di mito, di immagine mentale in cui gli spazi vuoti lasciati dalle conoscenze concrete e dai ricordi reali erano colmati da idee immaginarie e fantasiose. Mi immaginavo allora le sabbie mobili, le famose piante carnivore, gli specchi d'acqua intriganti quanto pericolosi. Tutte quelle piante rare dai nomi altisonanti e impronunciabili avevano, per me, lo stesso fascino e lo stesso potere di antiche formule magiche: Utricularia australis, Caldesia parnassifolia, Rynchospora alba... Insomma, nella mia testa il Laghetto di Sibolla non era più quel placido e tranquillo stagno ricco di vita, ma si era trasformato in una sorta di giungla misteriosa piena di pericoli e degna di uno dei racconti di Salgari.
Nel giugno 1997, con qualche anno e qualche conoscenza in più sulle spalle, riuscii finalmente a visitare questo ambiente naturale. Non fu semplice trovare lo specchio d'acqua e tutta la vegetazione, le canne, gli scirpi e i carici di ogni tipo sembravano formare dei recinti e delle barriere per proteggere e nascondere quel piccolo tesoro. Ad un tratto, un buco nel canneto mi permise di scorgere lo stagno. Un vero paradiso: l'acqua calma e trasparente lasciava intravedere il fondo, i fiori e le foglie delle ninfee bianche e gialle coprivano gran parte della superficie e, sui bordi, centinaia di piante palustri ondeggiavano ritmicamente al vento. Sì, perché le canne e le altre elofite assomigliano a tanti mobiles calati dal nulla; è sufficiente una lieve ed impercettibile brezza per farle muovere, dondolare e frusciare tra loro, producendo un suono caratteristico difficile da descrivere:
Così lo scrittore Renato Fucini descrive questa atmosfera surreale in cui i nostri labili sensi finiscono col perdere sicurezza, tanto da farci sentire osservati e scrutati dai numerosi esseri che vivono nel canneto:
Nel Laghetto di Sibolla un'altra grande peculiarità è rappresentata dagli aggallati, cumuli di torba e di altri resti vegetali indecomposti che, galleggiando sull'acqua, formano degli ammassi spugnosi e tremolanti. I locali le chiamano appunto "terre tremanti" o "pollìni" e non sono altro che le famose sabbie mobile create dalla fantasia dei cacciatori e dei pescatori.
In questo caso, gli aggallati sono ricoperti da muschi del genere Sphagnum, quella briofita che va a formare la torba bionda che tutti usiamo nei nostri substrati. Camminare su quei tappeti verdi e galleggianti è una sensazione emozionante quanto pericolosa: nelle zone in cui il materiale è meno compatto si formano dei buchi e delle depressioni, che sono direttamente in contatto con l'acqua profonda sottostante...
Flora palustre
Con il tempo le gite nelle zone umide locali si sono moltiplicate e, con loro, è nato anche il mio bisogno di ricreare, nello spazio ristretto di un giardino, quelle emozioni, quell'atmosfera e quelle sensazioni tipiche delle paludi. Contemporaneamente mi sono accorto della vulnerabilità di questi ambienti e, di conseguenza, di tutte le varie problematiche che insistevano su di essi. Devono essere stati questi i motivi che, inconsciamente, mi hanno spinto a provare la coltivazione di queste piante, spesso poco appariscenti e dalle esigenze impegnative, e a creare un'idea particolare di giardino acquatico: non un laghetto puramente decorativo, ma un ambiente che cerca di imitare le associazioni vegetali presenti in natura, che cerca di carpirne le regole ecologiche e di avvicinarsi a quelle caratteristiche che contraddistinguono una vera palude.
Quello di imitare la Natura, di coltivare ed allevare certe piante e certi animali deve essere, nell'uomo, un modo per cercare di avvicinarsi a questa entità, per afferrarne le regole segrete e per farla più sua. Forse è un po' come ricreare dentro di noi qualcosa che ci accorgiamo di non poter comprendere e capire fino in fondo, con la speranza e l'ambizione di avvicinarsi, in questo modo, al mistero della vita. E' per questo che ho iniziato ad osservare gli ambienti naturali, a farmi centinaia di domande sulle cose più banali e apparentemente insignificanti: "Come mai questo tronco è caduto qui?", "Perché quelle piante crescono solo in questa zona e a soli 40 cm di distanza non ci sono più?", "Come mai questi semi nascono solo in primavera e non nell'estate precedente?" A molte di queste domande, col tempo, ho trovato delle risposte, spesso anche solo parziali. Per molte altre le sto ancora cercando e, probabilmente, non le troverò mai.
"Natura magistra vitae" ...e così anche nel mio giardino, se tale si può definire, ho sempre cercato di rispettare questa regola, tenendo bene a mente il grande abisso, a volte non considerato, che distingue una coltivazione da un ambiente naturale: l'uomo. Ed è proprio l'azione diretta e indiretta degli esseri umani che, negli ultimi anni, sta recando danno alle zone umide italiane e non solo. Sentiamo sempre parlare delle tigri, degli elefanti o dei panda delle remote foreste della Cina che magari non vedremo mai, quando invece ignoriamo i problemi e le estinzioni che abbiamo sotto casa che, seppur meno appariscenti, rappresentano casi altrettanto importanti e contingenti.
Per quanto riguarda le paludi italiane, è inutile stare a dibattere su quale sia il bandolo della matassa o su chi abbia liberato le nutrie o i gamberi killer: ogni giorno che passa una nuova idrofita o magari un piccolo coleottero acquatico di appena 5 mm rischia l'estinzione e, purtroppo, questi non sono dati campati in aria forniti da fanatici ed estremisti, ma sono la dura realtà che si può toccare con mano nel momento in cui è già troppo tardi per fare qualcosa. Anche il Laghetto di Sibolla può essere inserito nella lunga lista dei paradisi perduti. Qualcuno di noi si ricorderà quelle macabre mummie color caramello che sono state trovate in alcune torbiere del nord Europa. Alcuni studiosi sono concordi sul fatto che rappresentino dei sacrifici umani fatti in onore delle paludi o di alcune divinità identificate con esse. Certamente siamo di fronte ad una considerazione estrema, ma questa cosa deve farci riflettere sul rapporto di rispetto e compatibilità tra uomo e Natura, concetto che è ancora alla base di molte popolazioni native australiane o sudamericane.
In questi anni ho imparato anche a considerare ogni pianta che avevo in giardino non solo come una creatura bella da vedersi per i suoi fiori o magari utile per i suoi frutti, ma come un pezzo di Natura carico di tutto quel bagaglio più o meno intrinseco di caratteristiche ecologiche, botaniche e chimiche.
Aldrovanda vesiculosa. Sotto questo nome, dedicato al grande botanico italiano Ulisse Aldrovandi, si cela una curiosa pianta carnivora acquatica lunga una decina di cm. E' priva di radici, è di colore verde chiaro e, molti di noi, la scambierebbero sicuramente per una comune alga. Osservando attentamente tra i fusti di questa Droseracea potremmo osservare, però, alcune piccole "bocche" di qualche mm, del tutto simili a quelle della famosa insettivora Dionaea muscipula e altrettanto sensibili. Fino al 1800 questa pianta acquatica era piuttosto diffusa in molte zone umide italiane.
Dalla metà del XX secolo il mondo accademico si rese conto della sua veloce rarefazione, tanto che a cavallo degli anni '80-'90 l'unica stazione certa per il nostro paese era proprio quella del Laghetto di Sibolla: su 301.277 km2 di superficie nazionale quella pianta capricciosa era rimasta solo in quel minuscolo stagno dimenticato da tutti. La sua riconferma per la Toscana destò l'interesse di molti enti ed orti botanici che, però, in quegli anni non erano ancora pronti ad assolvere quei compiti conservazionistici che si sono prefissi recentemente. In più, la cara Aldrovanda è piuttosto difficile da coltivare, richiede condizioni e situazioni così particolari che, a quei giorni, gli appassionati privati europei che sapevano mantenerla si potevano contare sulle dita di una mano.
Gli anni sono passati, Aldrovanda non viene più ritrovata da circa 20 anni e, in molti, cominciano a darla per estinta su tutto il territorio nazionale. Io ed altri botanici abbiamo passato giorni e giorni a strisciare tra i carici e gli sfagni di Sibolla, ma la ricerca è sempre stata vana. In più occasioni questa pianta è venuta a trovarmi nei sogni notturni, dandomi per qualche ora l'illusione di aver fatto una delle più significative scoperte botaniche degli ultimi anni. Questo è uno dei casi in cui, anche noi semplici coltivatori fanatici, possiamo dare un contributo concreto alla conservazione delle specie vegetali: recentemente alcune università hanno studiato varie popolazioni europee di questa pianta, diversi appassionati hanno iniziato a sperimentare nuovi sistemi di coltivazione, riuscendo ad ottenere un buon numero di esemplari che, in Repubblica Ceca, sono stati reintrodotti in natura con successo. Se questa cosa fosse accaduta almeno 20 anni fa anche in Italia, oggi forse non staremo a piangere davanti alla tomba dell' Aldrovanda vesiculosa nostrana.
| Aldrovanda vesiculosa | Hydrocotyle Ranunculoides | Salvinia molesta |
Hydrocotyle ranunculoides. Nelle paludi costiere di Massaciuccoli, che si estendono lungo la costa tirrenica della Versilia, vive una pianta acquatica-palustre piuttosto interessante. Si chiama Hydrocotyle ranunculoides, una graziosa specie che viene offerta saltuariamente anche da alcuni vivaisti specializzati in acquatiche: è una pianta facilissima da coltivare, molto decorativa e talmente vigorosa da diventare quasi infestante. In natura, invece, non se la passa molto bene e, probabilmente, si ritrova ancora in tre sole zone umide italiane. Un vivaio toscano autorizzato a vendere piante autoctone fornisce proprio gli esemplari provenienti da Massaciuccoli: apparentemente simili a quelli prodotti dalle serre olandesi, stesso colore, simili caratteristiche, dimensioni leggermente maggiori e identico nome scientifico. C'è una sola differenza, una cosa che non si può distinguere ad occhio nudo e che, sicuramente, può interessare soltanto a qualche botanico pignolo: gli esemplari italiani sono tutti tetraplodi. Quelle fogliette lucide e reniformi rappresentano un individuo caratterizzato da 4 corredi cromosomici, variazione che non è stata indotta dall'uso di colchicina o simili, ma che si è sviluppata spontaneamente in seguito all'isolamento geografico.
Salvinia molesta. Nel comune di San Giuliano Terme, a pochi km da Pisa, esiste un fosso termale che, anche in inverno, mantiene una temperatura minima di 16°C. In questo fossato di per sé insignificante qualcuno, 40 anni fa, ha introdotto una pteridofita galleggiante di origine tropicale, Salvinia molesta, oggi diffusa come specie invasiva in molte zone del mondo. Questa pianta, che si diffonde esclusivamente per via vegetativa (in quanto è sterile poiché deriva dall'ibridazione di due specie non ancora ben individuate) in estate colonizza abbondantemente i vari canali e corsi d'acqua presenti nelle vicinanze. In inverno, però, gli unici esemplari che riescono a svernare sono quelli che rimangono nelle acque del caldo fosso termale. E' un po' come avere un pezzo dei tropici a poca distanza dalla Torre di Pisa. Questa felce, che è stata recentemente trovata anche nel Lazio, è una delle piante galleggianti più diffuse nel mercato acquariofilo, venduta spesso con l'errato nome di Salvinia natans.
Penso che non ci siano molte parole per descrivere tutti quei casi particolari in cui le piante sono protagoniste. Possiamo solo sforzarci di comprenderli, di farli nostri e di apprenderne qualcosa. Il fatto è che, con la Natura, non si finisce mai di imparare e quando si crede di aver compreso anche una minima parte di un determinato aspetto, ci si accorge di quanti ancora ce ne siano da capire o da affrontare. Succede proprio come a quegli alpinisti che, sulla vetta di una montagna appena scalata con fatica, si guardano intorno e pensano: "Ma guarda quante vette ci sono ancora da esplorare!", "Chissà come sarà salire su quel pendio innevato?" e "Per quale motivo quello spuntone di roccia è così rosa?" E allora giù di corsa a preparare di nuovo corde, rampini e carte geografiche nell'attesa della prossima scalata. Io non perdo le speranze, continuo a credere nella Natura e prendo ogni domanda senza risposta come una nuova sfida.
Continuo a stare nel fango, in mezzo alle zanzare, sentendomi una volta di più come "Il matto delle giuncaie".
Riferimenti
- Renato Fucini, bibliografia e racconti on-line e "Il matto delle giuncaie"
- Area palustre: il sito di Roberto Pellegrini
- Piante per laghetto
zoe, 17 febbraio 2007:
Ciao Roberto
E’ consolante sapere che in Italia ci sono ancora luoghi come il lago Sibolla. Dalle foto allegate all’articolo appare come un bosco incantato e non stupisce che gli abitanti della zona lo abbiano caricato di mistero e di leggende.
La falsa esigenza di “bonificare” le zone umide ha portato alla distruzione di gran parte di questi habitat naturali. Dicevano che bisognava debellare la malaria, ma nella maggior parte dei casi, questa era talmente circoscritta a piccole zone da non costituire un vero problema per le zone abitate. E’ successo anche nella mia regione, in Puglia, nella fascia costiera del mar Ionio, nel territorio compreso fra Taranto, Metaponto, fino a Sibari, in Calabria, esisteva una vasta zona paludosa creata dalle foci dei numerosi fiumi e fiumare. Già intaccata gravemente dalla cosiddetta Riforma Fondiaria durante il Ventennio, è stata definitivamente distrutta dalla recente speculazione edilizia al servizio del turismo di massa. Anche in questo caso, come nelle torbiere del nord, queste zone umide erano considerate sacre dalle antiche civiltà che le abitavano, difatti, sembra che lì si svolgessero i misteriosi riti dionisiaci.
EMILIANO, 18 febbraio 2007:
Complimenti! Articolo molto piacevole.. Mi riconosco anche nella diagnosi di patologia che hai descritto (sindrome del coltivatore folle). Proprio oggi ho alimentato una sua “manifestazione” ... (spero di poter presto raccontare sul sito come gestisco il mio “parco” botanico, e infilo piante ovunque in casa. NB: non ho un giardino … ). Non ho la tua stessa passione specifica per le acquatiche, ma in quanto piante e natura, rientrano in pieno nel complesso dei miei interessi e passioni.
Complimenti anche per il tuo sito, che ho appena ora visitato. Mi
saranno utili alcuni spunti e informazioni.
Ciao, da un “collega” Livornese.
ronni, 20 febbraio 2007:
con Internet ci si ritrova! infatti il titolo mi ha subito agganciato, io a mollo nell’acqua delle paludi ci sto da marzo a ottobre … ciao Roberto, io sono quel sognatore che cerca di salvare piante e animali delle paludi di casa nostra … e che continua a farlo
koki2004, 21 febbraio 2007:
Sto pensando alla tua soddisfazione. Fermarsi, guardar indietro il percorso fatto. Complimenti allora e buona fortuna ‘matto del giuncaio’!
BeppeTheFox, 30 marzo 2007:
Bravo Roberto! Bellissimo articolo! Penso di capire i tuoi sentimenti ed i tuoi stati d’animo poichè anch’io sono sempre stato attratto ed affascinato dalle paludi, dagli stagni, dalle pozze d’acqua e dai loro ospiti, sia vegetali che animali. Ho trascorso ore ed ore ad osservare dafnie e ditischi, larve di libellula, girini ed alghe, a rovistare con delicatezza tra la mota e sotto le pietre del fiume… Non posseggo la tua specifica cultura in merito, nè ho mai compiuto studi approfonditi però, di certo, ho osservato un lento, graduale, generale impoverimento di tali habitat… Ne soffro intimamente ma, come dici tu, anch’io “continuo a credere nella Natura”! Del resto, caro Roberto, senza un po’ di ottimismo non si va da nessuna parte, nemmeno a curiosar tra i giunchi!... Ciao!
luca, 5 aprile 2007:
Lo dissi a Roberto qualche tempo fa, quando mi inviò la bozza dell’articolo per la revisione (di cui non ha avuto bisogno), e lo ripeto ora. Questo articolo mi commuove, mi tocca nelle corde più profonde, più di qualsiasi altro abbia mai letto e contribuito a pubblicare, in assoluto.
Grazie Roby, continua così.
Gazzotti Roberto, 22 luglio 2007:
Il tuo articolo rispecchia così tanto il mio modo di pensare che mi è quasi sembrato di averlo scritto io… Compresa la patologia! Purtroppo quello che scrivi è vero, in pochi anni, ad una velocità quasi folle, si stanno estinguendo centinaia di specie autoctone, spesso e volentieri a causa nostra. L’unica ancora di salvezza forse è proprio questa malattia che ci spinge a coltivare o allevare le piante e gli animali piu strani, quelli che il 90 per cento delle persone snobba in favore di cose ben più banali. Forse questa nostra malattia è in realtà un meccanismo naturale, una forma di assicurazione della natura che spinge alcuni di noi a provvedere alla sua tutela. Io personalmente, a spese mie, provvedo alla riproduzione (con successo) di rane e tritoni nostrani e alla loro reintroduzione naturale. Sono protetti, non potrei tenerli, ma c’è una forza, una pulsione che mi spinge a questo, e io non mi tiro certo indietro. Ci sono più crestati nel mio giardino che in tutto il territorio Ferrarese… La pianta che tu cerchi, la aldrovanda mi ricorda molto la urticularia che ho trovato in un laghetto surgivo, dove prospera nonostante il procambarus sia presente. A casa mia cresce benissimo nella vasca delle ninfee ma non nelle altre. Se fossi in te cercherei maceri isolati all’interno di tenute private, magari avrai fortuna. Ciao Roberto
dario schelfi, 23 aprile 2008:
E’ sempre un piacere leggere i tuoi racconti, intrisi di genuia passione e non comune sensibilità. Parecchi di noi sono stati contagiati dal tuo stesso virus, un tarlo che negli anni ha scavato lunghissime gallerie. Lunghissime e straordinarie gallerie.
Dario