Brutta bestia sarai tu!

Brutta bestia sarai tu!

Alla scoperta dell’etologia botanica nel nuovo libro di Renato Bruni

di Alessandra Vindrola

Avete presente quei bambini a cui non si può mettere in mano un giocattolo o peggio un oggetto prezioso senza che lo smontino completamente per vedere com’è fatto? In Renato Bruni la stessa vocazione si è sviluppata con le piante: non si preoccupa di come stanno in giardino. Deve guardarle dentro.

D’altronde, Renato Bruni  non ha una formazione propriamente botanica: è laureato in Chimica e di mestiere “si occupa delle sostanze che producono le piante”, oggetto dei suoi insegnamenti universitari –botanica e biologia- presso le facoltà di Farmacia e di Scienze gastronomiche dell’Università di Parma.

La passione per la divulgazione scientifica l’ha portato a creare, nel 2008, un blog, Erba Volant, che ha ispirato il libro omonimo pubblicato nel 2015. E se nel blog spesso si concentrava nello smascherare bufale o spiegare meccanismi insoliti, il libro invece ha aperto una finestra su una scienza con cui conviviamo: la biomimetica, cioè il metodo per studiare e imitare la natura e tradurne i meccanismi in innovazioni, talvolta ecosostenibili e altre puramente commerciali.

Ora però Renato Bruni ha deciso di scendere in giardino e di mettere in un solo contenitore il sapere scientifico e quello esperienziale. Ne è nato un libro provocatorio nel titolo, “Le piante sono brutte bestie”, ma dalla grafica giocosa e  colorata, titoletti che sfidano il lettore (Che sarà mai “L’uncinetto della zia” in un libro che parla di giardini?) e che uscirà nelle edicole il 20 aprile 2017, sempre per i tipi di Codice Edizioni, e di cui parliamo con l’autore in anteprima.

Bruni, ma cosa significa “Le piante sono brutte bestie”?
“È ovviamente un gioco di parole. Perché la nostra cultura ci ha abituato a riconoscere facilmente gli animali, distinguere una tigre da un topo, ma non facciamo altrettanto con le piante. È un invito a guardare le piante con la stessa attenzione con cui si guardano le bestie. E anche a vederle per quel che sono, senza applicare categorie che non appartengono loro, e che spesso si traducono in comportamenti poco… ecosostenibili”.

Dalla cattedra al giardino, dalla ricerca alla divulgazione….che cosa sono le piante per lei?
“Da bambino ho trascorso molto tempo nell’orto e in giardino con il nonno. Mi diceva ‘Guardati le scarpe e non per aria, se vuoi darmi una mano’. Come nei prelibri di Bruno Munari, che avvicinavano i bambini alla lettura senza usare la parola scritta, quella scuola di osservazione è stata fondamentale. Ho imparato che una delle cose che le piante ci insegnano è che sono profondamente diverse da noi. Il giardino rappresenta per me questa educazione alla diversità”.

I prelibri di Bruno Munari

E come Munari, il suo approccio è giocoso, narrativo.
“La scienza è quasi sempre spiegata in un modo ostico, che la allontana dalla vita quotidiana. Per questo cerco di scrivere in un modo diverso dal tradizionale saggio, che punta a un lettore ‘iniziato’. Vorrei che il libro fosse letto da chi non sa nulla di biologia”.

Ogni titoletto è un rebus… com’è organizzato il libro?
“La suddivisione è classica, per stagioni, cominciando dalla primavera…. E seguendo il ciclo di vita delle piante e del giardino, racconto come si comportano le piante: i sistemi che regolano l’apertura o la chiusura dei fiori, gli elementi che la determinano, e così via… e poi do un po’ di spazio anche alle curiosità”.

Arisaema triphyllum è una delle piante a sessualità variabile: a seconda della bontà di un’annata, durante la successiva produrrà fiori solo femminili o solo maschili

Per esempio?
“Ci sono piante, come l’Arisaema triphyllum, che cambiano sesso e a seconda delle condizioni generali sviluppano un fenotipo maschile o femminile. O ancora, si può usare la pipì umana in giardino? Ci sono molti studi scientifici che dicono di sì, naturalmente facendo certi trattamenti…”.

E parliamo dei miti da sfatare: cosa scopriremo?
“Beh, a cominciare dalla cosa più ovvia: che quasi sempre in giardino annaffiamo troppo e male, e che sarebbero meglio annaffiature prolungate ma distanziate nel tempo che quotidiane. Con buona pace della bolletta dell’acqua, anche. A  un livello più generale, invece, tocca dire che in fatto di smog, in ambiente urbano, le piante fanno ben poco. Attenzione, non è una bufala: la loro capacità di mitigare lo smog, il rumore, il calore, è effettiva ma limitata.
Però ci sono anche esempi in positivo: la ricerca è sempre più attenta alla capacità delle piante di comportarsi in modo cooperativo con l’ambiente che le circonda. Ci sono piante che dedicano una parte consistente della loro energia a nutrire i microrganismi nel suolo, creando una sinergia: e dovremmo tenerlo presente quando lavoriamo la terra, perché più lavorazioni facciamo più spezziamo questi legami”.

I giardini hanno un impatto ambientale spesso sottovalutato: nonostante esistano alternative, nel 2012 la sola Inghilterra ha consumato per il giardinaggio più di 24 milioni di carriole di torba, la cui rimozione dalle torbiere provoca emissioni di gas serra pari a quelle annuali di 300.000 automobili.

L’ecosostenibilità è un tema che ricorre nei suoi discorsi. Ma il giardino è fatto anche di sperimentazioni, di piante non autoctone, di ricerca estetica…
“A me piacciono i giardini che si relazionano con l’ambiente circostante, e poco quelli che sono pensati come esibizione di status sociale o come estensione della casa.  In giardino ci vuole una certa consapevolezza: nei confronti di uso sfrenato di torba per esempio o a non mettere piante invasive. Non è tanto una questione dei singoli, quanto di non favorire certe operazioni commerciali che su larga scala possono essere dannose per l’ambiente. Nel libro faccio l’esempio delle ‘wardian case’, quelle serrette tanto di moda in epoca vittoriana che non solo facevano viaggiare le piante ma anche il terriccio, diffondendo patogeni esotici ”.

I romantici frutti cuoriformi di Capsella bursa-pastoris contengono semi che attirano chimicamente nematodi e altri minuscoli abitanti del suolo. Quando questi sono vicini il seme rilascia tossine venefiche e usa i cadaveri come fertilizzante

Ecco, ma ha senso fare la guerra alle piante non autoctone?
“Non tutte le piante alloctone sono invasive e dannose per l’ecosistema. E poi bisogna fare attenzione alla retorica dell’invasione: le piante non condividono affatto la nostra idea di nazione; prosperano dove hanno le condizioni migliori per sopravvivere  e nascono per colonizzare. Noi tendiamo a vedere la natura come un sistema cristallizzato, mentre è tutt’altro che statica: solo che ha bisogno di tempo perché si creino equilibri nel suo sistema adattativo. È la velocità ad essere cambiata, con effetti talvolta disastrosi”.

E quali conclusioni bisogna trarne?
“Innanzitutto bisogna porsi una domanda: l’uomo fa parte o no della natura? Se ne fa parte porta cambiamenti, ma se è contrapposto qualunque sua azione è dannosa”.

È un paradosso!
“Che ci ricorda che bisogna cercare un punto di equilibrio: si possono mettere dei limiti, ad esempio, alle piante che si mettono in giardino per il piacere estetico, scegliendo quelle che offrono minori rischi. L’80 per cento delle invasive arboree negli Stati Uniti aveva inizialmente uso decorativo, il 60 per cento della flora australiana è costituito da ornamentali naturalizzate e in Inghilterra il commercio è considerato responsabile del 90 per cento delle specie infestanti, incluse le piante d’acquario”.

Parlando di piante alla fine abbiamo affrontato questioni che riguardano l’attualità: la diversità, le migrazioni, il cambiamento di genere sessuale… dobbiamo imparare dalle piante?
“Io propendo per una versione di sintesi più che di antitesi: più capiamo la diversità –vegetale e di ogni realtà- e capiamo perché siamo diversi, maggiori sono le nostre possibilità di valutare e non commettere errori. Per questo ho guardato al giardino come a porticina da cui far entrare prospettive di tipo scientifico”.

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