Paesaggio calabro: oggetto misterioso

Francesco Bevilacqua
Scrittore, cercatore di luoghi perduti
(i suoi libri)

 

 

Una tersa giornata di giugno del 1955. Accompagnato dal suo amico calabro-fiorentino conte Tancredo Tancredi, Bernard Berenson, famoso critico d’arte lituano naturalizzato statunitense, ormai novantenne, sale in auto da Cosenza al valico di Monte Scuro. Lì dove la vecchia statale termina la lunga teoria di curve e valica l’orlo dell’altopiano della Magna Sila cantata da Virgilio.
Questa l’impressione che Berenson riporta in uno degli articoli su quel viaggio apparsi lo stesso anno sul «Corriere della Sera»: Nel pomeriggio, i nostri amici Tancredi ci hanno condotto al sommo della strada di Montescuro, là dove si guarda sull’altipiano della Sila, con le sue foreste, i laghi di un verde pistacchio, il forte profilo dell’orlo montuoso, che nasconde il Mar Jonio. Così indicibile godimento degli occhi mi ha richiamato alla memoria l’affascinante paesaggio da sogno, che si vede nell’Ascensione della Vergine di Matteo di Giovanni da Siena, tavola proveniente dal monastero senese di Sant’Eugenio ed ora esposta alla National Gallery di Londra [il pittore in questione visse tra il 1430 ed il 1495 e, come in altri esempi di pittura rinascimentale, un paesaggio ideale ma fortemente umanizzato faceva da sfondo ai soggetti sacri – n.d.r. -]. Tale ricordo mi aiutava a sentire la particolare qualità della veduta che stavo mirando; e intanto pensavo  come il  ricordarla dinanzi al dipinto potrebbe rendermene il più intenso piacere.
Certo, la sensibilità artistica di Berenson influenzò il suo giudizio colmo di ammirazione verso il paesaggio silano, ma il paragone con un quadro rinascimentale lascia davvero stupiti: l’archetipo della natura selvaggia del Sud Italia messo a confronto con la quintessenza della raffinatezza estetica!

 

 

Eppure … eppure, appena qualche giorno fa un amico scenografo che mi chiedeva aiuto (come più volte è accaduto in passato) per ambientare un film in Calabria, mi ha lasciato basito. Serviva un’antica casa padronale di campagna immersa nei boschi per ambientarvi una festa tradizionale. Ho proposto alcune case turrite della Sila, di quelle con ancora le feritoie per sparare ai briganti, circondata da fitte pinete di pino laricio (una delle diverse specie endemiche di conifere calabresi) e di faggi, aceri, pioppi, cerri. Lo scenografo ha sentito il regista, gli ha mostrato le foto. Ecco la risposta: “Ma questa non è la Calabria dell’immaginario collettivo! Questa è Svizzera, Norvegia, Canada. Non va bene. Lo spettatore deve orientarsi immediatamente attraverso stereotipi visivi”.
Eppure … eppure, nel 1988, una cosa del tutto analoga mi era accaduta con un fotografo e una giornalista di una importante testata italiana che accompagnai in Aspromonte per un servizio sull’allora nascente Parco Nazionale. Dopo giorni di escursioni fra boschi, cascate, valli arcadiche, panorami incomparabili, l’art director del giornale ordinò ai suoi inviati di occuparsi solo di fiumare, di capre e pastori, di ambienti riarsi e senz’alberi. Perché quello si aspettavano – a suo dire – i lettori. E, colmo dei colmi, nella prima doppia pagina del servizio, venne piazzata la desolante foto (di un altro fotografo) di una grande frana nell’alta valle dell’Amendolea, spacciandola per un scorcio di paesaggio visto dal Montalto (da dove si scorgono, invece, solo boschi a perdita d’occhio).
 


 

Dunque, il paesaggio calabro continua a rimanere un oggetto misterioso. Un po’ perché negli ultimi decenni la comunicazione turistica si è concentrata solo sulle coste, quelle stesse che nel frattempo andavano perdendo una buon parte (per fortuna non tutta) del loro paesaggio storico, a suon di ruspe e betoniere. Un po’ perché alle aree interne restavano solo le storie di ‘ndrangheta ed arretratezza. Un po’ perché ben pochi seri studiosi del paesaggio (unici fra i geografi del ‘900, Giuseppe Isnardi e Lucio Gambi) si sono interessati di questa regione del Sud Italia così singolare, sconosciuta, fraintesa, malfamata.
Nonostante Bernard Berenson, di cui abbiamo parlato all’inizio, non fosse che l’epigone di una lunga schiera di viaggiatori stranieri che per due secoli e mezzo (il ‘700, l’800 e metà del ‘900) avevano reinventato il Grand Tour proprio nelle estreme regioni meridionali d’Italia e, in particolare in Calabria, creando una vera e propria frontiera terrestre da valicare, come osserva Atanasio Mozzillo, o una variante avventurosa di quel viaggio, come intuisce Attilio Brilli. Un altro viaggio insomma, non più da città a città, in carrozza, con servitori e bagagli al seguito, con ogni comodità, ma per strade malmesse, piuttosto, preferibilmente a piedi e in pochi, attraverso terre incognite, paesi privi di alloggi, foreste impenetrabili, disaggi e pericoli.

 

 

La percezione del paesaggio naturale della Calabria nei suoi aspetti eminentemente estetici inizia, dunque, proprio con quelli che mi piace chiamare “i temerari” del Grand Tour, a partire dal 1700 (in particolare dopo il terremoto del 1783). Anche se prodromi di un “apprezzamento” di questo genere si hanno anche in epoche precedenti, ad esempio con San Bruno di Colonia (sec. XI) e con Marco Aurelio Cassiodoro (sec. V/VI). Ed è grazie a questi viaggiatori che il paesaggio calabro esce dall’anonimato e conosce un’epopea di relativa, circoscritta notorietà. Si leggano le pagine di un Henry Swinburne, costellate di descrizioni di paesaggi colme di sincero stupore per la luce straordinaria che s’irradia dal cielo, per la vastità e la solennità dei boschi, per i panorami immensi che si aprono dalle cime dei monti (per altro descritte con una precisione geografica inusuale per l’epoca). O gli accenni incantati di Dominique Vivant Denon e di Giovanni Claudio Richard de Saint alle colture lussureggianti, agli scorci costieri. O i resoconti escursionistici di Edward Lear, affascinato dalle vedute pittoresche e selvagge dell’Aspromonte. O i preoccupati racconti di passaggi in luoghi selvaggi ed impervi di Duret de Tavel e Craufurd Tait Ramage. O le incantate descrizioni dei paesaggi silani di Caterina Pigorini Beri. O le immaginifiche narrazioni di Norman Doglas riguardanti il Pollino, la Sila, il Marchesato, le Serre, l’Aspromonte. Per non parlare di Johann Herman von Riedesel, George Gissing, Friedrich Leopold von Stolberg, Paul Bourget, Astolphe de Coustine, Charles Didier, Charles e Louis Foucher, Léon Palustre de Montifaut, Horace de Rilliet, Johann Heinrich Bartels, solo per citare i più noti.
 

 

La suggestione del paesaggio calabrese è, in costoro, talmente forte, che spesso, per farne comprendere la bellezza e l’importanza – immaginando forse che i lettori non possano credere che tutto quello che viene descritto si trovi davvero nell’ultima propaggine dello stivale italiano – devono far ricorso a comparazioni con terre ben più famose e lontane: Norman Douglas paragona la Sila alla Scozia e un bosco, in particolare, il Gariglione, alla giungla russa (il riferimento è forse alla Taiga); Horace De Rilliet richiama la Svizzera per le Serre ed i dintorni del Lago Lemano per  il contado di Castrovillari; Guido Piovene accosta la Sila alla Norvegia; François Lenormant, sempre per la Sila, cita le Alpi francesi e per la costa di Sibari quella del Libano; Louis e Charles de Foucher pensano alla Foresta di Aitone in Corsica attraversando un tratto della Sila; Craufurd Tait Ramage ricorda la Scozia mentre percorre un sentiero nell’Aspromonte occidentale; Hernry Swinburne paragona il contado di Castrovillari alla zona dei laghi della Cumberland; Dominique Vivant Denon  e l’Abate di Saint Non i dintorni di Vibo e quelli di Marsiglia; gli stessi Vivant Denon e Saint Non la valle del Crati alle rive della Senna e della Loira; Francis Wey lo Stretto di Messina al Lago Lemano; Nicola Marcone, dinanzi alla vegetazione lussureggiante delle campagne intorno a Reggio Calabria immagina di trovarsi sulle sponde del Gange o del Nilo; Friedrich Werner Van Oestèren accosta il paesaggio montano calabro alle alpi svizzere ed austriache.

 

 

Dobbiamo ancora rispondere a una domanda (per la verità le domande sarebbero più d’una ma qui non abbiamo spazio sufficiente per porcele): qual è il vero gradiente estetico del paesaggio calabro? Perché possiamo considerarlo uno dei paesaggi più eminenti del Mediterraneo?
Innanzitutto la posizione della regione, calata al centro del Mediterraneo, aperta alle correnti caldo umide occidentali (e perciò la più piovosa a sud dell’Arno) e nello stesso tempo esposta ai freddi vendi del Balcani, accumulatori di epiche nevicate sui monti. Poi la sua conformazione singolarissima: un involucro di 800 km di coste (1/5 dell’intero profilo costiero della penisola italiana) con all’interno quasi esclusivamente (il 91 per cento) colline e montagne (il Pollino, l’Orsomarso, la Catena Costiera, la Sila Greca, la Sila Grande, la Sila Piccola, il Marchesato, il Gruppo del Reventino-Mancuso, il Poro, le Serre, l’Aspromonte), con poche, risicate pianure in gran parte alluvionali (Sibari, Sant’Eufemia, Gioia e Rosarno).
Poi, ancora, la sua doppiezza geologica: a nord l’Appennino calcareo-dolomitico che si ferma al Passo dello Scalone, a monte di Belvedere Marittimo; al centro-sud il grande blocco granitico-cristallino di quelle che furono definite Alpi Calabresi. Poi ancora l’estrema diversificazione, il contrasto tra le varie montagne (le immagini dolomitiche del Pollino e dell’Orsomarso contro quelle andine dell’Aspromonte, contro quelle svizzere e norvegesi della Sila e dell’Aspromonte), ma anche dei differenti tratti di costa (le scogliere di San Nicola Arcella, dei Rizzi, di Capo Vaticano e Coccorino, della Costa Viola, di Stalettì, di Isola Capo Rizzuto contro le spiagge dell’Arco di Sibari, del basso Jonio, dei golfi di Squillace, Gioia e Sant’Eufemia, della Riviera dei Cedri).
Poi, ancora, la morfologia prodotta dall’infelicità degli spazi, come la definì Piero Bevilacqua, ossia il rapido salto dai duemila metri di quota delle cime più elevate dei monti alla quota zero del mare, che produce gole fluviali, canyon, cascate sino a pochi anni fa sconosciuti se non ai locali. Poi ancora il grande orpello botanico delle montagne calabresi, le foreste, dalla macchia mediterranea delle bassure ai boschi di conifere e latifoglie del piano montano vero e proprio, che, con un’estensione di oltre 600.000 ettari pongono la Calabria tra le prime quattro regioni più forestate d’Italia, insieme a Toscana, Piemonte e Trentino-Alto Adige.

 


 

E potremmo elencare ancora altri elementi peculiari dei paesaggi calabresi. Non per nulla si usarono immagini particolarmente evocative da parte dei grandi estimatori del paesaggio calabrese. Come nella ineguagliata descrizione di Giuseppe Isnardi: “Geografia assurda e difficilmente afferrabile, a tutta prima, quella della Calabria; di una regione piccola e quasi insularmente delimitata e pure vastissima, fatta com’è di un alternarsi continuo di convesso e di concavo che ne rende interminabili le distanze e che muta continuamente l’orientamento e le visuali delle sue strade al visitatore ancora ignaro; di un paese fatto più di montagne tra loro asimmetriche e quasi contrastanti che di montagna, più di altipiani misteriosi, isolati ed isolatori che di pianure dalle quali la terra riesca, come accade altrove, saldata e compatta. È un paese che bisogna avere ben percorso tutto, esserci tornati cioè una seconda e una terza o non so quante volte non solo per conoscerne parti necessariamente sfuggite anche alla più volenterosa e generosa delle attenzioni, ma pure perché cominci finalmente ad apparire al visitatore in una sua completa fisionomia, perché i suoi itinerari gli paiano collegati fra loro da una logica geografica, mentre prima gli avranno dato più volte l’impressione di un aggirarsi faticoso in un labirinto senza uscita. Nessun paese d’Italia che io conosca, infine, mi sembra così, atto a dare, come la Calabria, in questa sua piccolezza smembrata e senza centralità di visione, la sensazione continua dell’infinito, dell’irraggiungibilmente lontano e dell’ignoto”.
 


 
Nessun’altro avrebbe potuto condensare in modo così immaginifico l’essenza del paesaggio calabrese, se non Giuseppe Isnardi, piemontese, uomo di cultura e meridionalista, che allo studio ed alla conoscenza della geografia e dei problemi della Calabria dedicò, nel secolo scorso, una buona parte della sua vita. Egli intuì più di chiunque altro, infatti, il fascino che deriva dai diversi volti terrestri della Calabria.
Guido Piovene, da par suo, afferma: “La Calabria è anche diversa tra luogo e luogo fino al capriccio ed alla stranezza […] Più che alla pittura ci fa pensare al mosaico e all’intarsio”. E altrove, lo stesso Piovene: “[La Calabria] è certo la più strana tra le nostre regioni. Nelle sue vaste plaghe montane talvolta non sembra d’essere nel Mezzogiorno, ma in Svizzera, nell’Alto Adige, nei paesi scandinavi. Da questo nord immaginario si salta a foreste di olivi, lungo coste del classico tipo mediterraneo. Vi si incuneano canyon che ricordano gli Stati Uniti, tratti di deserto africano ed angoli in cui gli edifici conservano qualche ricordo di Bisanzio. Si direbbe che qui siano franati insieme i detriti di diversi mondi; che una divinità arbitraria, dopo aver creato i continenti e le stagioni, si sia divertita a romperli per mescolarne i lucenti frantumi. Si deve a questo se i viaggiatori stranieri, in Calabria, rimangono disorientati. Non riescono a definirla. La trovano diversa, non solo dalle altre regioni italiane, ma da qualsiasi parte del mondo, e stentano a valutarne la civiltà”.

 


 

Diversità, stranezza, varietà di paesaggi, che fecero scrivere a quel raffinato viaggiatore tedesco che fu Friedrich L. von Stolberg, alla fine di un suo tour in Calabria: “Lascio con commozione la più bella provincia della bella Italia. Questa regione è più vicina delle altre al meraviglioso sole; e rinfrescata dai venti provenienti da due mari, dall’altezza della sue montagne, da boschi ombrosi, da innumerevoli sorgenti che irrigano campi sui quali il grano e gli alberi brillano di primo verde. Ciò che le altre parti del mondo hanno singolarmente di grande e di bello, è riunito in Calabria.”

 

 

 

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