Per sembrare vera, l’imperfezione deve essere perfetta (riflessioni sul paesaggio)

Del paesaggio e del progetto

di Maria Teresa D’Agostino*

Sempre più di frequente mi capita di progettare nella consapevolezza e nella speranza che quello che faccio poi non si veda, non si capisca che lo abbia fatto io, non si distingua dal contesto.
Meno il mio lavoro si differenzia dal paesaggio – naturale, pseudo-naturale o urbano che sia – più significa che ci sono entrata e che ne faccio parte.
È una visione democratica.
In ambiti di grande valenza ambientale, dove qualsiasi inserimento di piante che non siano quelle spontanee o che fanno parte della cultura di quell’ambiente specifico risulterebbe avulso, mi ritrovo sempre più spesso a tentare la riproduzione, metabolizzata, degli effetti della natura – che lì trovo.
Ciò mi costringe ad un’approfondita osservazione e comprensione di ciò che mi circonda in quel momento poiché il casuale non può essere riprodotto a caso.
Non funzionerebbe.
L’imperfezione per sembrare vera dev’essere perfetta.

Parco di Via dei Vivai a Mariano Comense (CO), Viale dei Platani e prati fioriti

 

Ciò non mi ha limitata nella creatività, l’ho semplicemente adeguata.
Il mio lavoro diventa soprattutto una performance anche fisica, a volte poco disegnata – quanto basta – e molto vissuta in cantiere.
Come architetto ciò mi ha insegnato a prendere le giuste distanze dai disegni e stabilire un rapporto forte col sito nel quale sto agendo e con le piante.
La Sicilia in particolare, in questo mi ha aiutata molto.
Lavorare in tale modo comporta un grande sforzo preparatorio anche tecnico e una ricerca che ogni volta – cambiando i temi – ricomincia felicemente da capo.

Questo modo di pensare al progetto in certi ambiti indirizza il mio interesse maggiormente verso la botanica, la conoscenza della flora spontanea ed il desiderio di entrare nei suoi cicli; in altre situazioni, come quelle urbane ad esempio, diventa invece necessario avere anche una consapevolezza profonda della cultura di quel luogo, soprattutto laddove il verde è fortemente antropico, espressione di una civiltà, di un momento, di un atto artistico o risultato della stratificazione storica.
Ma esistono anche ambiti urbani periferici, degradati, spesso caratterizzati da vuoti urbani .
Lì l’attenzione per gli equilibri tra architettura e vegetazione – costruito-selvatico – e per gli aspetti ambientali quale la preservazione della biodiversità, deve essere specifica e complessiva, ampia. Questi spazi periferici sono quelli dove l’incontro tra la natura e architettura forse si fa ancora più interessante offrendo spunti inediti al progettista.
Cambiano i paesaggi – e le esigenze di chi li vive – devono cambiare i paesaggisti?

 

Tetto dell’edificio cinema con sopra riprodotto l’incolto dello scalo ferroviario di Porta Romana – Museo della Fondazione Prada (MI) 2015

 

 

Per potere intraprendere una certa direzione come progettista – e non è detto che sia l’ultima – c’è voluto tempo, errori, ripensamenti, maestri e committenti che mi hanno dato la possibilità di farlo e soprattutto alcune riflessioni su cosa oggi sia la mia professione.
L’approccio del paesaggista al progetto – qualsiasi formazione egli abbia – è antitetico a quello del garden designer o a quello della Land art. Il primo ha come dato di partenza e di arrivo il paesaggio e dentro ci si perde, il secondo parte da un proprio atto artistico e lo colloca nel paesaggio che diventa il suo perfetto scenario.
Poi c’è il mondo parallelo dei collezionisti – molti di loro progettano – che ho imparato a conoscere in questi ultimi due anni, cambiando ancora una volta la mia prospettiva sul giardino. Il collezionista vede le cose in modo ancora differente.
Il giardino è il macrocosmo che contiene il microcosmo: la pianta ovvero L’alfa e l’omega, l’origine e la fine del progetto di un giardino.
La visione del collezionista difficilmente si discosta dal dettaglio.
Comprendere il loro punto di vista e condividerne conoscenze e cultura botanica mi ha dato modo di scendere di scala e vedere come loro vedono piante, di allargare – o restringere? – i miei orizzonti, di abbandonare di tanto in tanto la visone d’insieme delle cose per entrare nello specifico della pianta, per poi rimettere tutto insieme.
Di aggiungere altro ai miei alberi.

 

Ambientazione del Briosco Pavilion con James Newton Wines per la fondazione Pietro Rossini, Briosco (MB) 2006

 

Cosa essere e come agire ad un progettista che si occupa di paesaggio dovrebbe dirlo la situazione contingente.
Siamo noi a doverci adeguare al paesaggio o viceversa?
Questo atteggiamento di apertura mi ha convinta a respingere ogni cifra stilistica, ad accogliere ogni teoria, a riconsiderare ogni dogma e ad abbandonare ogni desiderio di segnare il territorio o di collocare me stessa da qualche parte, insomma di restare libera.
Posso dedicarmi ad un incolto progettato – un ossimoro – e poi ad un orto che è il suo opposto senza sentirmi incoerente.
La coerenza sta nel modo di affrontare il progetto, sebbene ogni caso sia poi a sé stante.
L’approccio al progetto diventa culturale e colturale due parole – per dirla con Giuseppe Barbera – la cui etimologia è la medesima come fossero facce della stessa medaglia.
Anche se non basta.
C’è qualcosa del tutto fondamentale quanto irrazionale e per me indefinibile – Kant lo definì – qualcosa che gioca un ruolo primario nel processo creativo di un giardino – o di un paesaggio o di qualsiasi altra cosa – senza il quale avremmo avuto solo opere al limite corrette ma mai straordinarie, si chiama talento.

Mariano Comense 16 marzo 2017

*Maria Teresa D’Agostino è architetto paesaggista e pubblicista; socia AIAPP e del Garden Club di Monza e Brianza, è membro di Commissioni Paesaggio in Lombardia. Nel 2006 riceve il “Premio Lavinia Taverna: donne protagoniste nella storia del giardino”. Specializzata in progettazione del paesaggio e restauro dei giardini storici e analisi e gestione del Patrimonio Paesistico. Progetta giardini privati in Italia ed all’estero. Tra i suoi lavori: recupero di un’area del Parco del Castello di Albinea (RE); Landscape del Brioso Pavilion, studio SITE (New York); The Oriental Medicine Centre in Arona, studio Ottavio Di Blasi & Partners (MI) Parco dei Vivai a Mariano Comense, studio 3am architetti associati di Vimercate (MI), verde del Museo della Fondazione Prada (MI), il Planetray Vegetable Garden nelle ex aree Expo per la XX1 Triennale di Architettura di Milano.
Architetto del paesaggio, ha pubblicato su Lotus 161 1/17, su Acer -il verde editoriale 3/13, e su Architettura del Paesaggio n. 33

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